Diplomaticamente

21 Ottobre Ott 2012 0000 21 ottobre 2012

TRIS DI DONNE E UN RILANCIO

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Questa settimana voglio distogliere lo sguardo dal pur sempre dominante mondo maschilista e far parlare tre donne: Severino, Santanchè, Melandri. Tre protagoniste della settimana politica. Si potrebbe titolare in questo modo: tre donne per tre pasticci.

Severino.La palma d’oro spetta certamente al Ministro della giustizia. Per almeno tre ragioni. In primo luogo per il ruolo che svolge; in secondo luogo per il contenuto della legge “anti-corruzione” che ha scodellato in Senato con un emendamento sostitutivo della legge Alfano, per di più ricorrendo ad un voto di fiducia. E infine perchè ha severamente redarguito coloro che lo hanno criticato, dichiarando in particolare: “..fare i “grilli parlanti è uno sport molto diffuso, anch’io lo praticavo perchè non conoscevo ..la fatica che c’è dietro ad ogni provvedimento….”. Ma non le è bastato contestare i propri critici; vi ha messo sopra un plateale compiacimento da consumata politicante. Rivolgendosi ai senatori il Ministro Severino ha infatti dichiarato trattarsi di “una legge di cui l’Italia può essere orgogliosa…..è la prima volta nella storia del nostro paese che viene affrontato la questione della corruzione con tempestività…”. Soprattutto il riferimento alla tempestività mi è sembrato fuor di luogo. Quanto alla “prima volta” e all’orgoglio italiano, beh, penso che ci siano altre esperienze da non dimenticare e altri aspetti della nostra bella Italia per i quali inorgoglirsi. Il Presidente del Consiglio non ha fatto di meno. Vi ha addirittura ravvisato poteri taumaturgici, definendola “…uno strumento fondamentale per creare attrattività del paese e crescita….”. e che altro verrebbe da chiedersi?

In questa sinfonia di acuti non poteva mancare la voce di Casini che con la perentorietà che gli è ormai abituale ha dichiarato: “…. finalmente la legge anti-corruzione. Non se ne poteva più delle perdite di tempo…”. Non mi risulta che nella sua lunga anzi
lunghissima vita parlamentare si si mai reso promotore di una legge in tal senso.

Debbo dire che tanta roboante retorica non sta bene sulle labbra di governanti che si ostinano a definirsi tecnici. Anzi sta malissimo quando si pensi che questo governo ha atteso ben 11 mesi per varare questo testo – altro che tempestività! – cui poteva mettere mano ben prima e non sulla base del testo della cosidetta legge Alfano, certo poco qualificata per costituire la base di riferimento di una lege anticorruzione degna di questo nome. Per quale ragione non scrivere un nuovo testo?

Sta ancora peggio quando si rifletta al fatto che in questo provvedimento non figurano norme sul falso in bilancio, sull’autoriciclaggio, sul voto di scambio, etc…e si sfiora la bocciatura con la risposta giustificativa del Ministro. Questi infatti, dopo quasi un anno di annunci sull’imminenza di un testo anti-corruzione arriva a sostenere la validità di tali omissioni in ragione della loro diversità strutturale. “…sono reati diversi dalla
corruzione…” ha dichiarato. “…quelle norme ci devono essere….” ha aggiunto, “…ma non potevano stare in questo provvedimento….avremmo fatto una scelta scientificamente
non
corretta….” Ha espresso lo stesso concetto in merito alla incandidabilità elettorale dei
condannati, per la quale ha persino sollecitato l’iniziativa legislativa del Parlamento.

Undici mesi non sono bastati per scrivere un articolato su quelle materie, essenziali per combattere la corruzione e offrire ai mercati il nuovo volto di un’Italia credibile fino in fondo, non per essere guidata da una personalità di spicco come è indubbiamente Monti.
Un testo sul quale chiedere la fiducia del Parlamento nel primo mese di vita di questo governo d’emergenza, non negli ultimi. E sul quale rischiare anche di andare a casa sbugiardando le forze politiche ostili a un siffatto provvedimento.

E’ ipotizzabile che una gestazione durata 11 mesi questo governo sia pronto a presentare in
Parlamento questo articolato entro i prossimi 5 mesi? Viene il sospetto, anche al più ingenuo degli osservatori, che la fiducia iniziale accordata dal Parlamento (leggasi PDL) al governo Monti nel novembre scorso sia stata scambiata con l’assicurazione che queste materie sarebber state tenute fuori dalla necessità emergenziale del suo Esecutivo. E’ triste e frustrante. E molto irritante, perchè anche il contenuto di questo pacchetto anticorruzione passato in Senato – sempre che la Camera non lo peggiori ulteriormente – risulta tutt’altro che meritevole di plauso.

Il pur equilibratissimo Pietro Grasso lo ha sottolienato con chiarezza nel corso della trasmissione “Ballarò”.

Ma la stroncatura viene dal Consiglio superiore della magistratura che dà ad esso una sgradevole insufficienza con specifico riferimento alla riduzione della pena (eccessiva) e dei tempi della prescrizione per il reato di concussione per induzione (troppo breve). E poi per la scelta di punire anche la condotta della vittima di quel reato , creando un robusto deterrente alla denuncia dello stesso. Un similare giudizio viene dato per i reati di traffico di influenze e di corruzione tra privati per i quali si prevede una pena che ne limita fortemente l’efficacia (tre anni e preclusione delle intercettazioni telefoniche) sempre secondo il CSM.

Ha un bel dire la Severino che il Vice presidente del CSM, un politico prestato all’organo di autogoverno della magistratura, sia di avviso diverso, è il parere collegiale che conta.

Conclusione: è stato varato un pacchetto di norme che solleva più dubbi che speranze, più perplessità che certezze anti-corruttive.

Adesso la parola torna alla Camera dei deputati. Cambierà qualcosa, auspicabilmente in meglio? E’ lecito dubitarne.

Santanchè. Questo membro nominato del Parlamento, che certo ha brillato finora più per un accanito ossequio al suo capo che per raffinatezza linguistica e iniziativa legislativa,
ha sollevato un putiferio nel suo partito allorchè ha dichiarato che “…è un mondo finito e il partito va azzerato. Devono dimettersi tutti, a partire da Alfano…”. Il fatto importante non è dato dal contenuto di questa dichiarazione, che ha perso molto del suo peso specifico dopo la presa di distanza dello stesso Berlusconi attraverso il suo portavoce Bonaiuti – “…le parole della signora Santanchè non esprimono affatto il pensiero di Berlusconi…” quanto dalla serietà con la quale è stata considerata dai vertici del PDL, che in tal modo ne hanno involontariamente riconosciuto la fondatezza.

Ha cominciato lo stesso Alfano che la ha accusata di aver scelto una linea “sfascista” che è stato subito seguito da Osvaldo Napoli che la ha rozzamente invitata a “…mettere in moto il cervello prima della lingua…” e da tutta la nomenclatura del PDL.

Ha brillato in questa sequela di reazioni il sempre compito Frattini che di farsi rottamare non pensa proprio e che ha voluto essere pungente affermando anche un po’ a sproposito “…prima di parlare la signora dovrebbe informarsi, perchè non sa che un lavoro ce l’ho e
lo ho conquistato con un concorso piuttosto difficile da consigliere di Stato…”.

Con questa sua brusca sollecitazione a rifondare il partito da zero, la parlamentare Santanchè, un risultato lo ha ottenuto: compattare almeno nel brevissimo termine
gran parte del gruppo dirigente del partito peraltro ormai inesorabilmente spinto su una rovinosa china di caduta. E di scontro di tutti contro tutti. Debbo dire che in questo trambusto mi è piaciuto il comportamento dell’on.Crosetto che ha chiaramente fatto comprendere come la responsabilità dello sfascio del PDL non possa lasciare esente il suo grande Capo, cioè Berlusconi. Che tra l’altro ha avuto modo tornare al centro dell’attenzione con la dichiarazione spontanea resa ai magistrati di Milano in merito al processo Ruby: che squallore le patetiche bugie che i suoi avvocati difensori gli hanno fatto recitare. In ogni caso, penso che da questa settimana in avanti la signora Santanchè dovrà trovarsi una zattera nuova se intenderà restare in politica.

Morale: chi semina vento, magari avendo ragione, ma avendo sbagliato
stagione, raccoglie tempesta.

Melandri. La sua nomina a Presidente del Maxi di Roma ha suscitato un vespaio di polemiche e di contrapposizioni. Forti le critiche del mondo politico che si è improvvisamente scoperto paladino della battaglia contro la politica arraffa-posti e clientelare. Tutto ciò ha dell’incredibile anche perché questa nomina appartiene al novero delle meno insultanti tra quelle che quel mondo politico ci ha abituato a vedere. E soprattutto dopo che la stessa Melandri ha deciso di non ricandidarsi più per il Parlamento anche se questo gesto poteva farlo prima di farsi nominare e non dopo e in relazione alle critiche ricevute.

Bisogna anche riconoscere che ben più moderate sono state le reazioni del mondo culturale, forse influenzate anche da qualche plauso che è venuto da personalità museali straniere, con le quali la Melandri ha verosimilmente coltivato fertili relazioni anche dopo aver lasciato il Ministero dei beni culturali.

Personalmente considero quanto meno singolare la nomina della signora Melandri ad opera di un membro di un governo “tecnico” che non solo ha scelto un “non tecnico”
per un posto da specialista del settore ma che non si è opposto all’inspiegabile esautoramento del direttore di quel museo, generalmente considerato un ottimo dirigente.

Forse non è stato così; forse l’attaccamento della Melandri al mondo della cultura e di quella museale in particolare è sincero; forse ha anche acquisito una qualche competenza in merito, ma le apparenze vanno tutte nel senso del riciclaggio di un politico consapevole che la sua carriera parlamentare e di partito sta volgendo al termine. E il rivendicare di essere stata protagonista della nascita del Maxi – il decreto della sua istituzione porta la sua firma – peggiora il giudizio.

Bene, ho parlato criticamente delle tre donne protagoniste della settimana.

Ma adesso un cenno positivo desidero farlo. Non foss’altro che per risollevarmi il morale.

Lo faccio in riferimento alla signora Puppato, candidata alla guida della coalizione di centrosinistra. Penso a lei perchè è brava e perchè ritengo che sia un esempio di donna che il Partito democratico dovrebbe valorizzare e non relegare in un cono d’ombra come sta facendo.

Lei non si è piegata al vento ideologico e strumentale della rottamazione. Ha dimostrato con la sua esperienza di vita e l’amministrazione della sua città che il “servizio al paese” e il rinnovamento è la sua vera bandiera.

Penso che perderà il confronto delle primarie con Bersani, Renzi e Vendola, ma che il Partito democratico e la stessa coalizione del centro sinistra che andrà alle elezioni farà bene a considerarla una risorsa da valorizzare. Proprio in nome del rinnovamento. Confesso che la vedrei molto bene accanto a Bersani.

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