Diplomaticamente

18 Dicembre Dic 2014 0730 18 dicembre 2014

I pasticciaccio dei due marò. L'India sbaglia ma l'Italia non è da meno

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La giustizia indiana è, a dir poco, indisponente e meritevole della critica più severa. E l'ultima sentenza della Corte suprema che ha rifiutato il permesso di venire in Italia ad uno dei due marò e all'altro di restarvi per cure, lascia francamente perplessi. Soprattutto perchè è venuta all'indomani delle rassicuranti dichiarazioni del Ministro degli esteri Gentiloni. dobbiamo al contempo dirci che da parte italiana, del resto, non ci si è risparmiati nulla in termini di contradditorietà e di inconcludenza. Da quando questo pasticciaccio è iniziato. Non ha fatto eccezione questo governo che, appena insediato, ha voluto dare un immediato segnale di speciale attenzione ai nostri due marò: Presidente del Consiglio, Ministro degli esteri, Ministro della Difesa, hanno voluto dare all’opinione pubblica italiana la certezza che la loro prima telefonata fosse stata riservato a loro. Più che alle autorità indiane. Anche Gentiloni ha seguito il solco di questa ansia quasi genitoriale, subordinandovi quella forse più necessaria e urgente di sensibilizzazione del suo omologo indiano. co risultato complessivo di aver cementato l'impressione di una difficilmente comprensibile beatificazione italiana - oggetto di tanto riguardo da parte delle più alte cariche del nostro Stato - di due ufficiali accusati di aver ammazzato due pescatori. Aggiungiamo a ciò l’oscillazione italiana tra rispetto dell’iter processuale indiano e minaccia di ricorso all’arbitrato internazionale. E poi il continuo riproporsi della tesi dell’errore compiuto nell’aver rimandato a suo tempo in India i nostri due marò – con ciò semplicemente rispettando la parola data - che ha certamente rafforzato l’idea che da parte dello Stato italiano si potesse, si possa e in definitiva si sia pronti a derogare a quel principio.

In questi giorni poi abbiamo dato un esempio luminoso di coerenza e determinazione: il Capo dello Stato che non ha fatto mistero della sua contrarietà per la decisione della Corte suprema; il Ministro della difesa Pinotti che ha detto anche a chi non voleva sentirlo che il marò ammalato sarebbe rimasto in Italia, con ciò sfidando clamorosamente la Corte suprema e lo stesso governo indiano; il Ministro degli Esteri Gentiloni che ha fatto sapere di aver richiamato in Italia il nostro Ambasciatore per consultazioni - atto diplomatico adottato per segnalare il forte disappunto di uno Stato nei riguardi di un altro Stato – ma affrettandosi a dichiarare che questo provvedimento non significava affatto la rottura delle relazioni diplomatiche con N. Delhi. Come a dire, lo faccio perché così si usa fare, ma teniamo aperta la porta del dialogo.

Penso che sarebbe stato molto più costruttivo e utile un pizzico di coordinamento inter-istituzionale e intergovernativo prima di dare fare dichiarazioni di cui si rischia poi di essere prigionieri.

E adesso? Tratteniamo in Italia il marò malato venendo meno ad un impegno assunto ed esponendo il compagno rimasto in India ad una possibile ritorsione? Adiamo alla procedura d’arbitrato?

Riprendiamo le fila di un tessuto che abbiamo ampiamente contribuito a cucire male? Non lo sappiamo e soprattutto non sappiamo la ragione per la quale i nostri due marò debbano essere le vittime di tanta insipienza; perché alla fine della giornata a questo ha portato finora la loro esaltazione in patria e la mala-gestione del loro dossier. Che tra l’altro ci ha lasciati soli a livello internazionale, con buona pace delle lamentazioni dell’Alto Rappresentante Mogherini.

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