Diplomaticamente

14 Febbraio Feb 2015 1100 14 febbraio 2015

Libia alla resa dei conti a un passo dal baratro

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Fa paura la presenza dell'ISIS in Libia, a un passo da casa nostra. Fa paura leggere della sua espansione territoriale dalla base iniziale di Derna nell'est del paese certamente favorita non solo dalla mancanza di significative reazioni delle forze di sicurezza e della popolazione locali ma anche dall'adesione alla sua bandiera da parte di altri gruppi jihadisti che si riallacciano ad Al Qaeda. E certo non tranquillizzano le parole del Ministro Gentiloni che dichiara l'Italia pronta a combattere in un contesto di legalità internazionale (leggasi ONU) appesantite dall'invito rivolto agli italiani residenti di lasciare 'temporaneamente' il paese.

Ma proprio alla luce della perniciosa deriva che sta portando nel baratro la Libia ci dobbiamo porre qualche quesito: combattere chi, come, dove? Un dove indistinto e cangiante, un chi non meno camalentico, un come segnato da una forza militare tutta da inventare e subordinata ad un voto del CdS delle Nazioni Unite, tutt'altro che scontato? Mah!

E poi, non sottovalutiamo il fatto che in Libia ci sono già due governi e due parlamenti, l'uno è riconosciuto internazionalmente ma resta asserragliato a Tobruk, dimostra di essere assolutamente incapace di operare (la vicenda del Ministro dell'Interno prima licenziato e poi riassunto non ne è che l'ultima indicazione) ed è ormai ostaggio delle forze militari del discusso e discutibile generale Haftar - che però è sostenuto anche militarmente dall'Egitto di Al Sisi, inviso da tutta la galassia jihadista e oltre, e da altri paesi).

L'altro è di ispirazione islamica e se fino ad ora si è astenuto dallo stringere qualsivoglia alleanza con l'ISIS e sodali non è affatto detto che non finisca per farlo, principalmente in conseguenza del ruolo assunto proprio da Haftar e da una certa sordità occidentale. Magari anche solo strumentalmente ma col prevedibile risultato di far pendere la bilancia del potere prevalente dalla sua parte e ad un prezzo di vittime e di distruzione ancor più alto di quanto non lo sia stato finora.

Il Rappresentante locale dell'ONU, Bernardino Leon, sta facendo tutto il possibile per arrivare alla negoziazione di un governo di unità nazionale; ma non ha il peso specifico per imporlo - anche perchè non sorretto da da una coerente e forte pressione dei principali azionisti dell'antica coalizione anti-Gheddafi - e forse è troppo tardi per riuscirci e da lì partire per una congiutna azione di contrasto all'ISIS e agli altri gruppi jihadisti.

Forse, ma vale comunque la pena tentare, chiamando con durezza allo scoperto i governi che hanno pilotato l'insensata operazione che ha portato all'orrenda uccisione di Gheddafi e che in buona misura sostengono Haftar e il suo opaco avventurismo. Non è più tempo di lasciare al gioco delle agende esterne le spinte verso l'una o l'altra direzione e dunque al massacro. con tutte le immaginabili conseguenze in termini di sicurezza, di matrice energetica, migratoria o terroristica, ovvero alla loro sommatoria.

Forse, ma vale comunque la pena entrare in contatto con i vertici di questi gruppi jihadisti - ISIS in testa - non foss'altro che per tramettere loro un chiaro monito per il futuro e per ciò che si potrebbero attendere qualora decidessero di dirigere la loro attenzione stragista a Nord e verso quella cupola romana che già hanno indicato nei loro messaggi di guerra. Ormai rappresentano una realtà ineludibile con la quale confrontarsi. Anche militarmente se proprio necessario, ma prima politicamente come mi auguro stia avvenendo attraverso i nostri Servizi di intelligence.

In quest'ottica ripensiamo anche Triton la cui funzione in termini di sicurezza non è meno importante di quella umanitaria, risultata finora del tutto fallimentare.

Su Roma e il suo governo incombe una responsabilità e ruolo cruciale che va ben oltre la sfida verbale lanciata dal Ministro Gentiloni.

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