Diplomaticamente

16 Maggio Mag 2015 1700 16 maggio 2015

IL MATRIMONIO DI INTERESSI TRA OBAMA E IL GOLFO REGGE

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Il matrimonio di interessi tra USA e monarchie del Golfo, Arabia saudita in testa tiene.

Certo non ci sono più gli slanci di un tempo, ammesso che vi siano mai stati, ciò di cui dubito in un rapporto nel quale si prescinde dall’amicizia (di amore non si parla proprio, mentre si sono accresciute nel tempo le ragioni di delusione e forse anche di sfiducia reciproche: da un lato, per i fili intrecciati con l’estremismo di matrice islamica, per le proiezioni dell’espansionismo islamico e per l’uso politico di certe politiche energetiche. Dall’altro, per i dividendi irakeni, siriani e ora yemeniti, indebitamente lasciati accreditare sul conto delle ambizioni egemoniche iraniane perniciosamente esaltate adesso, secondo il Golfo, dallo sdoganamento internazionale di Teheran fermamente perseguito da Obama attraverso l’ormai imminente accordo sul nucleare e in linea con la vera e propria mutazione della politica medio orientale portata avanti dalla sua Amministrazione.

Ma non ostante tutto ciò il matrimonio regge: per la storia stessa di un rapporto che dura da oltre mezzo secolo e ha raggiunto momenti di saldatura che non si dimenticano; e poi perché non si girano le spalle alla più grande potenza economica, finanziaria e militare del mondo; così come non si snobba un nucleo di paesi che possiedono assieme il 30% di tutte le riserve petrolifere accertate, sono detentori della più consistente riserva di attivi finanziari, e sono clienti di tutto rispetto per lo strategico comparto americano della difesa e della sicurezza.

Obbligati dunque ad intendersi, sia pure con il carico critico di varianti e aggiustamenti anche significativi, nelle rispettive visioni geo-strategiche.

In quest’ottica è sorta in Obama l’idea di un incontro al vertice con le monarchie del Golfo all’indomani dell’intesa del 2 aprile di Losanna dei 5+1 sul nucleare iraniano e nella prospettiva del relativo Accordo previsto per fine giugno.

Penso che né Obama nè le monarchie del Golfo si attendessero svolte epocali: Obama non era certo disponibile a ripensare i termini dell’Accordo sul nucleare così come le monarchie del Golfo non avevano alcun interesse a radicalizzare il loro dissenso in proposito. Non era certo nelle possibilità di Obama, ammesso che vi avesse mai pensato, a concedere alle monarchie del Golfo lo status di major alleato non NATO o comunque di porle a un livello concorrenziale con Israele in materia di armamenti; né era nelle mire di queste ultime di dare spazio a opzioni di bilanciamento (proliferazione) nucleare.

Piuttosto Obama voleva dar conto, col massimo della pubblicità possibile, della solidità dell’impegno americano a garantire la sicurezza di questi suoi storici alleati di fronte a minacce esterne, con riferimenti neanche tanto velatamente puntati all’Iran e alle sue “azioni destabilizzanti” come le ha volute definire. Non sfuggirà come il convitato di pietra fosse proprio Teheran cui Obama non ha risparmiato moniti pubblici, ad uso e consumo degli altri Player regionali e internazionali interessati.

Nello stesso tempo Obama intendeva riaffermare i punti cardini della sua strategia di disimpegno attivo –peraltro ancora disseminata di incertezze e contorsionismi politico-diplomatici – attraverso la quale propiziare la formazione di un sistema multipolare garantito dai suoi stessi paesi membri, fra i quali l’Iran, naturalmente, con tutto il suo peso specifico. Sistema al quale assicurare la sua sorveglianza attiva, ma from behind (da dietro), non più da protagonista propulsore, includente anche azioni di contrasto, certamente esaminate a Camp David, qualora se ne ponesse la necessità (vedasi il caso attuale dello Yemen).

Le monarchie del Golfo, dal canto loro, avrebbero voluto una formalizzazione legale di questo “ impegno di ferro” americano alla sicurezza delle monarchie del Golfo e un passo concreto verso il loro riconoscimento quali “major”alleato non NATO. E altro, principalmente in ambito di anti-terrorismo, di sicurezza marittima, di cyber sicurezza e di difesa balistica.

Tutto ciò sullo sfondo dell’indigesto accordo nucleare, foriero a loro giudizio di temibili derive destabilizzanti da parte iraniana.

E questa volta hanno abbandonato, tutte assieme, la tradizionale politica della discrezione e nulla hanno fatto per coprire la loro insoddisfazione. Anzi, ne hanno deliberatamente forzato le tinte, non solo attraverso la rappresentazione plastica del livello, non di vertice, di alcune delle loro delegazioni - come nel caso più rimarcato della delegazione saudita, guidata non dal monarca, come inizialmente annunciato dalla Casa Bianca, ma dal Principe ereditario e da suo Vice, freschi di nomina – ma anche e soprattutto attraverso le preoccupazioni lasciate filtrare ai media arabi e internazionali.

Inoltre hanno voluto dare una forte immagine di compattezza ritrovata e rilanciata e in quella chiave hanno inteso sfidare pubblicamente Teheran – in questo d’intesa con Obama – a dar prove concrete della dichiarata volontà di fare dell’accordo sul nucleare la base di partenza di un nuovo ordine regionale da costruire assieme. E hanno messo al loro attivo il pesante giudizio politico espresso da Obama circa il fatto che “I paesi della regione hanno ragione di essere profondamente preocupati per le azioni dell’Iran, principalmente il suo sostegno a violenti proxies (agenti per procura) entro i confini di altre nazioni” con evidente riferimento a Iraq, Siria e Yemen.”

Difficile dire chi abbia vinto e chi abbia perso a Camp David anche perché il non dichiarato ma certamente discusso – lotta al Califfato, nemico comune e pur tuttavia fattore divisivo tra Washington, Teheran e Riyadh, contrasto agli Houthi in Yemen e futuro della “Armata della vittoria” – è stato almeno tanto se non più importante di quanto ufficialmente emerso. Perché in fondo le monarchie del Golfo hanno già da tempo metabolizzato l’accordo sul nucleare e preso le possibili contro-misure. E perché hanno comunque incassato a una forte riaffermazione di alleanza difficilmente discutibile anche da parte del più scettico degli osservatori.

Ha vinto dunque la sommatoria algebrica degli interessi di entrambi. A Teheran la prossima mossa.

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