Diplomaticamente

30 Agosto Ago 2015 1742 30 agosto 2015

L'onda migratoria e la babele delle non risposte

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L’Europa annaspa tra la spinta umanitaria in avanti di Berlino, tanto apprezzabile quanto discriminante, l’insano pollice verso di una Budapest tornata al filo spinato, le tante braccia sfinite ma ancora protese a salvare vite e a recuperare morti dalla Grecia all’Italia alla Spagna. E un’Unione europea che “ci sta lavorando”.

L’ONU si risveglia dal suo esangue torpore ma solo per far sentire il solenne balbettio di un Ban Ki Moon troppo impegnato nella preparazione dell’Assemblea generale di settembre per andare oltre l’idea di un inutile “vertice internazionale”.

Anche l’America delle armi ha un sussulto umanitario e rampogna l’Europa quasi che abbia le carte tanto in regola in materia migratoria e di difesa dei diritti umani da portarsi in cattedra.

Non vorrei apparire iper-critico, ma ho tanto l’impressione che ci si trovi di fronte ad una corsa scomposta ad avvolgere nella nebbia della retorica da un lato, del si-salvi-chi-può-non-importa-come dall’altro e di un futuribile indecifrabile dall’altro ancora che rispecchia una generale impreparazione/impotenza/ paura/ambiguità della politica – della nostra dirigenza politica intendo dire - mentre riempiamo le video-teche di chilometri di servizi angosciosi e angoscianti: sulle migliaia di persone che continuano a morire e sulle altre migliaia che ce la fanno ma non si sa quale fine stiano facendo: sull’intero territorio europeo, dall’Italia al Canale della Manica, dalla Grecia al confine serbo-ungherese alla Spagna, all’Austria, etc. all’orrore delle carrette del mare si è ora aggiunto l’orrore dei camion pieni di cadaveri.

Adesso si scopre che il trattato di Dublino è obsoleto. Adesso si adombra la necessità di un “asilo europeo”. Adesso si torna a parlare di soldi da dare agli illegali per incentivare la loro disponibilità a tornarsene a casa, come è avvenuto con i turchi di 40/50anni fa in Germania.

Adesso si parla di un problema strutturale e della necessità di una risposta altrettanto strutturale.

Come non essere d’accordo, ma dove sta questa risposta? Da dove potrà arrivare se ha ancora voce e forza la tesi di chi da anni sostiene di aver previsto la slavina dell’invasione migratoria e aver sollecitato l’Europa a chiudere le sue porte e ricacciare indietro questi migranti – in particolare gli “illegali” – vergognandosi di dire in che modo farlo e dove mandarli o trincerandosi dietro l’ipocrita “aiutiamoli a casa loro” ovvero rimandiamoli da dove sono venuti.

Costoro hanno iniettato il veleno della paura e dell’intolleranza e hanno messo a nudo la pochezza dei loro avversari, attenti a non scoprirsi troppo per non perdere consensi. E adesso temo che sia piuttosto tardi, sia in relazione al nevralgico tema delle disuguaglianze dove qualche responsabilità l’abbiamo o comunque ce l’ha il vincente sistema economico occidentale che a quello della guerra, o meglio delle guerre, e delle dittature, dove pure non siamo esenti da responsabilità, dall'Afghanistan alla Siria dalla Libia all'Eritrea.

Ben venga naturalmente “l’asilo europeo” invocato ma non spiegato e comunque non ancora messo sul tavolo di un Vertice europeo straordinario dei Capi di Stato e di Governo. Ben vengano gli sforzi – finora invero modesti - per suturare la ferita dei due governi libici coinvolgendo i loro principali sponsor, ben noti. Ben venga l'incontro Europa-Africa (perchè a novembre e non prima?)

Ben vengano insomma azioni e misure capaci di dare inizio alla strutturazione di una risposta proporzionata all’immane tragedia di questa migrazione di persone disperate. Purchè non si cominci col balletto delle quote e delle preferenze di nazionalità.

Sarà possibile? Temo che l'esperienza maturata finora non giustifichi alcun ottimismo.

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