Diplomaticamente

13 Aprile Apr 2016 1304 13 aprile 2016

LA PALUDE SIRIANA TRA WASHINGTON MOSCA TEHERAN E RIYADH

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Riprende il negoziato di Ginevra sulla Siria in un clima reso paradossale da una tregua che tutti vogliono che tenga, da un muro contro muro sul futuro di Bashar al Assad che non si riesce a superare e dalla tragica farsa delle elezioni parlamentari, in corso, nelle aree del paese controllate dal regime.

Queste elezioni certificano l’avvilente supremazia del calcolo degli interessi geopolitici su qualsivoglia bandiera di valori, sia quelli sbandierati dall’Occidente sia quelli affermati da Mosca e da Teheran in omaggio al teorema - condivisibile, intendiamoci, ma non nelle condizioni in cui versa attualmente il paese -per il quale “il futuro della Siria lo devono decidere i siriani”. Ma ciò che è forse peggio, queste elezioni dall’esito scontato aggiungeranno un’ulteriore tessera del mosaico di legittimazione che Bashar ha iniziato a ri-mettere assieme a partire dal 2013 quando si preferì negoziare un accordo per lo smantellamento degli arsenali chimici alla annunciata “punizione” per il comprovato uso del gas nella strage di Damasco e poi quando si andò affermando la tesi del “male minore” (Bashar al Assad rispetto all’ISIS).

Si dirà che in ogni caso si è fermata o almeno rallentata di molto l’onda stragista dei precedenti 5 anni. Giusto, osservazione pertinente così come è giusto e pertinente annotare l’accresciuta convergenza di sforzi Washington-Mosca proiettata a contrastare sia l’ISIS che al Nusra (Al Qaeda siriana). Ma non vi è chi non veda che più passa il tempo senza progressi sul terreno negoziale più aumentano i rischi di ripresa della conflittualità, anche ad opera delle forze di opposizione “riconosciute” che sul terreno possono trovare ragioni di alleanze tattiche con nuclei combattenti eterodossi. E questa tornata elettorale promossa dal regime non induce alla moderazione gli avversari, di qualsivoglia colore siano.

Aggiungiamo a ciò il fatto che le immagini dei blocchi che l’Europa sta erigendo alle sue frontiere esterne, principalmente quelle continentali, da ultimo ad opera della civilissima Austria, non contribuiscono poi a placare gli animi, soprattutto da parte di quanti hanno messo nel loro mirino l’Occidente.

E allora v’è da chiedersi la ragione per la quale il negoziato sembra tornare nella palude dei veti incrociati. Teheran sembra irremovibile nel suo sostegno, anche militare, a Bashar anche perché non è sottoposta a particolari pressioni da parte di quanti potrebbero farlo ma sono frenati dalle cospicue prospettive di affari che si stanno dischiudendo con quel paese: da Roma a Parigi, da Londra a Berlino, alla stessa Unione europea, etc. Potrebbe tuttavia avere interesse ad accordarsi con Mosca sacrificando Bashar ma non il regime che c’è da chiedersi quanti siano i margini di una possibile intesa al riguardo con Teheran

Mosca parrebbe orientata a non escludere un tempo di auto-dissolvenza di Bashar – la decisione di ritirare parte della sua potenza di fuoco ne è uno degli indicatori - ma vuole garantiti i suoi interessi geo-strategici per i quali sta trovando una certa sponda in Riyadh, complice l’inizio a gennaio di un dialogo produttivo sulla produzione del petrolio. E punta su queste elezioni per alzare la posta anche al di fuori del teatro siriano.

Washington appare incerta sul da farsi e nel fondo aliena dal voler spingere più di tanto per un accordo, quasi che il tempo del negoziato sia una variabile trascurabile. Teme verosimilmente le incertezze di un post-Assad perché non si fida delle capacità/volontà delle forze di opposizione di gestione di una transizione resa tanto più obiettivamente difficile quanto corredata dalla nebulosa che avvolge il futuro di quella Siria fuori dal controllo sia di Damasco che dei suoi oppositori riconosciuti internazionalmente. L’ISIS del resto ha mostrato di essere in grado di colpire anche la capitale e al Nusra di saper giostrare abilmente con i precitati oppositori, mentre i curdi sono essenziali, così come stanno, contro il Califfato. E pazienza se poi vengono bombardati da Ankara.

E l’Europa? L’inconsistenza del suo ruolo nella crisi siriana trova un’aggravante rischiosa nell’umiliante fallimento della sua politica migratoria.

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