Diplomaticamente

23 Giugno Giu 2016 0935 23 giugno 2016

SIRIA: QUANDO LA DIPLOMAZIA AMERICANA CERCA LA SOLUZIONE MILITARE

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Può apparire roba da professionisti, penso però che sia un interessante spunto di riflessione mentre aspettiamo l’esito del referendum britannico.

Oltre 50 diplomatici americani hanno firmato un documento nel quale si sostiene che la politica americana in Siria sta fallendo e occorre cambiarla. Al riguardo si lamenta l’enorme distanza che si è andata frapponendo in questi cinque anni di guerra civile tra le dichiarazioni bellicose dell’Amministrazione nei riguardi di Bashar al Assad – il “deve andarsene” dal 2011 in avanti - e l’effettiva politica condotta nei suoi riguardi; ciò mentre la trista contabilità dei morti (oltre 400mila) degli sfollati/rifugiati/affamati (10milioni) e delle distruzioni continua a registrare numeri sempre più alti.

Nel documento si sollecita una linea di intervento militare più aggressive contro le postazioni siriane contro I civili e le forze di opposizione sostenute dalla coalizione a guida americana nel supposto che essa riesca non solo ad indebolire Bashar al Assad ma anche a dare più motivazione alle stesse forze di opposizione e ai loro sponsor e indurre a più miti consigli Mosca e Teheran sia sul teatro militare che nel negoziato per la transizione pilotata che si sta stentatamente portando avanti a Vienna contrattuale

Questa presa di posizione ha suscitato naturalmente le reazioni più diverse tra le quali merita di essere segnalata quella di segno decisamente opposto: di coloro cioè che l’hanno contestata contestano per i rischi che potrebbero derivare dall’applicazione di questa ricetta: una proporzionale controffensiva russo-iraniana dalle imprevedibili conseguenze, la caduta di Bashar al Assad prima che si sia costruita un’alternativa degna di questo nome e dunque una Siria ancora più nel caos.

Ho pensato di segnalare la cosa per tre ragioni di fondo: la prima è che questo documento, supposto restare riservato in realtà, ci racconta di un profondo disagio se non addirittura di frustrazione serpeggiante all’interno della diplomazia americana per l’andamento della crisi siriana. Ed è significativo che sia emerso in concomitanza con la visita negli USA di Mohammad bin Salman, il trentenne visionario saudita vice principe ereditario, vice Primo Ministro e Ministro della difesa, che è tornato a ribadire l’insoddisfazione di Riyadh per la politica americana in Medio Oriente e in Siria in particolare. La seconda è che appare quasi paradossale che dopo cinque anni di guerra sia proprio la diplomazia a sollecitare una soluzione propiziata dalle armi anzicchè dalla politica quando vi dovrebbe essere spazio per sfidare politicamente Mosca e Teheran, ad esempio smettendola di mostrare un’insulsa aggressività di marca NATO che ha fatto il suo tempo. E c’è da chiedersi se la violazione della riservatezza cui è tenuto questo esercizio la sua fuoriuscita – cosa che non doveva verifi

La terza ragione è che per far arrivare al vertice dell’Amministrazione il documento di cui parlo è stato fatto ricorso al cosiddetto “canale del dissenso”. Messo in opera all’epoca della guerra del Vietnam, questo canale, attentamente disciplinato nel suo utilizzo, si è rivelato un utile strumento per dare modo agli appartenenti all’Amministrazione stessa di esternare proprie valutazioni critiche sul suo operato senza dover temere rappresaglie da parte dei superiori. Doveva restare riservato e invece è diventato di dominio pubblico. Sbadataggine o distrazione calcolata nella dialettica tra Agenzie e Ministeri dell’Amministrazione americana?

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