Diplomaticamente

9 Novembre Nov 2016 1149 09 novembre 2016

TRUMP VITTORIA SHOCK

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Mancano ancora più di due mesi dall'inizio del mandato del prossimo Presidente americano; un tempo breve e lungo allo stesso tempo: breve per definire tattiche e strategie di politica interna ed estera e ancor più breve per cercare di mettere tempestivamente in ordine gli assetti di governance del paese tra le varie Agenzie ed Istituzioni federali che se ne contendono l'influenza, principalmente in materia di politica estera.

La condotta dello FBI in materia di gestione della posta elettronica privata-istituzionale da parte di Hillary Clinton, esasperata nelle ultime settimane della campagna elettorale ne è stata un esempio; il clamoroso 'errore' del Pentagono in Siria - quando fu attaccata la base siriana situata nei pressi di Dayr az Zor che costò la vita a una novantina di militari e al ferimento di un centinaio - un secondo; e l'elenco potrebbe essere piuttosto lungo.

Si tratta di una questione seria, molto seria, soprattutto adesso, con la vittoria shock di Donald Trump, inviso al suo stesso partito e considerato un pericoloso outsider da tutto ciò che racchiude il concetto di “Establishment”, il grande sconfitto di queste elezioni americane. Che sono state le peggiori, le più involgarite elezioni americane, ma anche quelle che hanno messo a fuoco tutto il potere dell’approccio 'post-politico' o, se si preferisce, populista di Trump, anche se quest’ultimo termine mi sembra molto riduttivo e semplicistico per spiegare il successo di questo Tycoon.

Successo che ha sconfitto una volta di più i sondaggisti ormai incapaci di “leggere” gli umori della gente, in America come nel mondo occidentale in generale, perché incapace di uscire dagli schemi di un certo modo di interrogare il disagio come le aspettative di quanti decidono di partecipare all’esercizio del voto a fronte di quanti, in ascesa rispetto al più recente passato.

E adesso che cosa succederà?

Meno di quanto si possa temere in relazione alle sconcertanti dichiarazioni elettorali di Trump, gravide di estremismi da bar sport intrisi di apparente faciloneria e altrettanta disinvoltura e improvvisazione; dichiarazioni “elettorali” per l’appunto, puntate cioè a catturare il sentire profondo di una gran parte del popolo americano. dichiarazioni destinate ad essere riviste una volta ottenuto il risultato e sotto la pressione della forte e articolata macchina del potere americano; quella sulla quale faceva affidamento la Clinton, quella istituzionale e quella degli interessi, dalla finanza di Wall Street alla lobby dei petrodollari. Succederà meno del temibile perché se vorrà essere il Presidente di tutti gli americani, come si è affrettato a dichiarare, dovrà pur gettare qualche ponte verso quella parte dell’America che lo ha visto (e lo vede) come un rischio devastante per gli stessi Stati Uniti e per la governance mondiale, sfidata da una temibile spirale di focolai di tensione e di conflitti. Tutto ciò insomma che ha indotto Papa Francesco a parlare di guerra mondiale a pezzi.

Ma succederà comunque parecchio perché Trump è comunque un “falco”, tanto assertivo quanto poco prevedibile, che ha fatto sua la visione di quanti considerano che gli USA potranno essere tanto più forti nel mondo quanto più forti e ricchi saranno all’interno. Con ciò rendendo illuminante la priorità assegnata ai problemi, e sono parecchi, della popolazione americana, la cui soluzione richiederà risorse, tante risorse e dunque un bilancio federale meno aperto al versante esterno di quanto non lo sia stato con il pur prudente Obama.

Anche la Clinton per la verità a cercato di impadronirsene, ma è stata evidentemente meno convincente anche perché ha pesato su di lei il pasticciaccio libico, la corresponsabilità negli sviluppi della crisi siriana, per non parlare del rivendicato ruolo della NATO in Europa, della sua insofferenza per Putin e le sue esternazioni sulle ambizioni di leadership della Cina.

Privo di cadaveri nell’armadio, almeno in politica estera, Trump ha potuto spingersi più in là nel fare la tara all’eredità di Obama che suo malgrado ha finito per trovarsi ai ferri corti con Mosca e in difficoltà sul versante asiatico; in debito d’ossigeno in Siria, invischiato in Iraq al di là delle sue iniziali intenzioni, come del resto, seppure in misura assai minore, in Yemen; in difficoltà negli storici rapporti di alleanza con Tel Aviv; in crisi di fiducia nelle relazioni, non meno storiche, anche se per ragioni diverse, con le monarchie del Golfo a causa della sua strategia medio orientale; in un altalenante confronto con un Iran restituito alla piena cittadinanza internazionale dall'accordo sul nucleare, peraltro non risolutivo, ma non ancorato ad adeguate briglie cautelative sulla gestione della sua politica regionale; in un andamento incerto la rotta con l’Egitto e in uno zoppo leading from behind nella dinamica libica.

Dobbiamo attenderci un suo maggiore disimpegno in Medio Oriente incrociato con una realistica mediazione con Putin?

Penso di sì come penso che non indulgerà in prove di forza su teatri sensibili come quello ucraino. E l’Europa farà presto e bene a guardarsi allo specchio dei propri interessi prima ancora delle proprie ambizioni, cominciando ad assumersene il carico, politico e finanziario.

La sua minacciosa presa di posizione sia sul fenomeno migratorio, a partire da quello messicano, dovrà trovare un punto di mediazione meno irrealisticamente vessatorio di quanto minacciato.

Lo stesso dicasi in materia di rapporti col mondo islamico – che tra l’altro, alla vigilia del voto americano ha fatto emergere una schiacciante maggioranza favorevole alla Clinton - se non vorrà pregiudicare non solo gli ingenti interessi americani che vi sono coinvolti ma rischiare anche di mancare l’obiettivo di una lotta degna di questo nome con l’estremismo di matrice islamica.

Le speculazioni sul Trump-pensiero potrebbero proseguire, ma la sostanza sta nel fatto che non sappiamo se e come questo personaggio incarnerà il suo ruolo di Presidente degli Stati Uniti, se e in quale misura vorrà cercare di sanare lo squarcio del tutto inedito per profondità e asprezza che le elezioni hanno prodotto nel paese. Il tempestivo riconoscimento della sua vittoria da parte di

Hillary Clinton, gesto di grande correttezza istituzionale, potrebbe essergli viatico incoraggiante anche a questo riguardo.

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