Dissonanze

11 Dicembre Dic 2015 1412 11 dicembre 2015

Processo Grandi Rischi, lo Stato assolve se stesso

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I fatti, in breve

Siamo arrivati all’epilogo di un iter giudiziario lungo 5 anni, ecco i passaggi cruciali. E’ il 3 Giugno 2010 quando gli esperti della Commissione Grandi Rischi vengono imputati per condotta “negligente”, “inadeguata valutazione del rischio” e “informazione fuorviante”, il cui esito è una rassicurazione che ha indotto molti cittadini a cambiare le tradizionali abitudini cautelari (di fuga, ad esempio). Dopo che la falsa informazione si diffonde - ben riassunta nella formula: “più scarica, meglio è” - tra quelli che restano a casa molti trovano la morte. Per i membri CGR il PM Fabio Picuti chiede 4 anni e il 22 Ottobre 2012 il giudice Marco Billi li condanna in primo grado a 6 anni per omicidio colposo plurimo e lesioni. Cuore della sentenza è la “collegialità della colpa”. Ma in secondo grado l’istituto giuridico che lega tra loro le condotte dei singoli fino a integrarsi nella “costruzione” di un’unica azione colposa (“cooperazione colposa”, art. 113 c.p.) viene affondato dal collegio presieduto dal giudice Fabrizia Francabandera: quella “non era una Commissione Grandi Rischi”. Ergo, se non c’è CGR, non c’è “cooperazione” e viene meno il profilo di “colpa specifica” addebitato agli scienziati, ovvero la condotta dei singoli in relazione a specifici obblighi di legge in quanto, in quel frangente, pubblici funzionari. La corte d’appello li assolve con formula piena, ma rimane in piedi la “colpa generica”, contesto in cui l’unico comportamento penalmente rilevante è quello “attivo”. Il solo a pagare è così l’unico a essersi esposto: Bernardo De Bernardinis, allora vice capo della Protezione civile, che aveva rilasciato un’intervista TV in cui rassicurava. E’ lui l’”agnello sacrificale” del potere. Ma è un “sacrificio” ben ricompensato: la condanna viene ridimensionata da 6 a 2 anni, sospesa e “non menzionata”. Non solo, dal 2010, su nomina del quarto Governo Berlusconi, De Bernardinis èPresidente dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), ente di ricerca nazionale del Governo. Nel 2014 il Governo Letta gli conferma la carica e quando - 3 Marzo 2014 - la Corte dei Conti solleva una questione di possibile incompatibilità tra incarico e condanna, anche Renzi sposa le motivazioni dei predecessori: l’omicidio colposo plurimo non è reato contro la pubblica amministrazione, quindi niente interdizione dai pubblici uffici (!). E arriviamo a oggi, alla Cassazione, che potendosi esprimere solo su vizi di procedura difficilmente poteva far altro che confermare la sentenza d’appello.

Venerdì 20 novembre, che si diranno? Nel pomeriggio qualcuno ha individuato una finestra del “palazzaccio” da cui si scorgeva la stanza dove i giudici di Cassazione erano riuniti sin dalle 9 del mattino. Così sono cominciati i pellegrinaggi per cercare di interpretare, dalla distanza, gesti e posizioni dei membri dell’Alta Corte: “ora scrivono”, “no, ora discutono!”; “guarda quello in piedi come si agita, sarà dei nostri?!”. C’è grande ansia, anche tra gli avvocati della CGR, fatto che ha prodotto un paradosso: il loro crescente nervosismo alimentava, viceversa, la speranza dei familiari delle vittime di un ribaltamento di scenario. “Tutto questo tempo è preoccupante”, commenta tra sé l’avvocato Alessandra Stefano, difensore di Claudio Eva. E infatti, dopo 7 delle 10 ore della discussione, Vincenzo Vittorini, che nel sisma ha perso la moglie e la figlia, camminava per il corridoio ripetendo: “Vedo già un pullman targato Perugia!”, riferendosi alla possibilità che il processo sarebbe stato “rieditato” in quel tribunale. In una tale dilatazione del tempo la speranza e il dubbio non potevano non lavorare e a un certo punto ogni scenario sembrava possibile: dall’assoluzione di De Bernardinis a rifare il processo. La tensione era alle stelle.

La lettura del dispositivo, finalmente. Arriva il momento della lettura del dispositivo, che conferma la sentenza d’appello, condannando le parti civili a pagare le spese processuali. La prima reazione visibile è dell’avvocato della CGR Alessandra Stefano, che scoppia a piangere. Per lo scarico di tensione? per la gioia? Difficile a dirsi, ma è impossibile pensare che cosa possa esser “scoppiato” nei cuori dei familiari delle vittime, in quel frangente visibilmente sotto shock. I loro cedimenti sono immediati: Davide prende tra le braccia la fidanzata, Alessandra, che nel terremoto ha perso la sorella, Ilaria, la cui madre sta tremando. E’ Maria Grazia Piccinini, una donna molto combattiva che dalla morte della figlia non ha mai smesso di organizzare iniziative con l’Associazione Ilaria Rambaldi Onlus, da lei fondata. In un secondo momento Piccinini trova la forza per affrontare le telecamere, ma appena si spengono le luci crolla. Le si avvicina l’avvocato di controparte, Stefano, che le prende l’avambraccio in segno di solidarietà. Piccinini la guarda esterrefatta, l’avvocato reagisce imbarazzata: “mi dispiace”, aumentando la presa, ma la madre di Ilaria si allontana. Immagine di drammatica plasticità, evocativa di quelle scene da film in cui il killer, prima di sparare, dice la classica frase: “Mi dispiace, è solo questione di affari”. “Voleva un’assoluzione morale, l’ho trovato disgustoso” - mi dice Maria Grazia Piccinini - “per l’avvocato Stefano c’è una sola cosa certa, come ha detto sempre in aula: quella non era una commissione grandi rischi, anche se nessuno ci ha spiegato, allora, che cosa fosse. Per me l’unica cosa certa è che mia figlia è morta per le loro rassicurazioni.”

La condanna sembra confermare un vecchio adagio di certa filosofia del diritto, per cui quest’ultimo altro non esprime che i rapporti di forza: risorse economiche, politiche, relazioni. E’ inquietante ripensare ai sorrisi e le parole che il sostituto Procuratore generale di Cassazione Maria Giuseppina Fodaroni si scambiava con il “principe del foro”, l’avvocato Franco Coppi (difensore di Giulio Selvaggi, ndr), di cui è stata alunna. L’arringa di Fodaroni è stata così “cauta” da sembrare una retromarcia rispetto alla relazione introduttiva, per definizione neutra, al punto da far ironizzare i familiari delle vittime: “sì, ma quando parla l’accusa?”. I cenni di compiaciuta attenzione da parte del PG agli interventi del “gotha” dell’avvocatura CGR, o la sua postura di paternalistico disprezzo verso gli avvocati delle parti civili, così venivano vissute, sono sembrate a molti dei presenti (in)percettibili forme di “comunicazione” tra chi si conosce, tra chi si capisce.

Vittoria penale, sì, ma sul piano etico? In questo contesto, i familiari delle vittime - non tutti: i più combattivi tra loro - sono parte integrante di una sfida molto difficile al potere: lo Stato non può condannare se stesso, per definizione di quella “ragion di Stato” che ne orienta l’azione. E per questo assolve gli scienziati, che in quel ruolo ne erano una struttura. La lotta dei familiari si concretizza nello stare consapevolmente dentro la contraddizione per cui la richiesta di giustizia è incondizionata e, al tempo stesso, con tutta probabilità, inesaudibile.

Non hanno vinto in aula, ma non hanno abbassato la testa. L’immagine degli scienziati coinvolti è stata ricostruita con costosissime operazioni di maquillage mediatico. In questi 5 anni i giornali hanno parlato di “processo alla scienza”, una mistificazione frutto di un’informazione manipolata in modo capillare dai vertici dell’INGV - con effetti a lungo termine, come dimostra una qualsiasi incursione tra i commenti alla recente assoluzione. E se i “giornali del mondo ci ridono dietro”, come ogni tanto si legge, è perché l’INGV ha raccontato ai colleghi all’estero un capo d’imputazione mai contestato dalla magistratura - “condannati per non aver promulgato uno stato di allarme” - assurdità a cui purtroppo in molti, in buona fede, hanno creduto. Sgombriamo il campo da ogni dubbio: la scienza sul piano penale è sempre stata marginale, se non irrilevante, nel processo “Grandi Rischi”. Ma se vincono sul piano giudiziario, ci sono parole (dette e non) che cristallizzano la cifra etica e deontologica degli esperti - al di là che la legge le ritenga perseguibili o meno. Sono quelle con cui reagirono a Franco Barberi, nel corso della riunione, quando li informò che Bertolaso andava dicendo alla stampa che “più scarica meglio è”. Che dissero di quella “bestialità scientifica”, per riprendere una loro definizione? Ecco le reazioni, come le riporta la sentenza di primo grado quando il Giudice Billi chiede loro conto di quella circostanza:

Enzo Boschi, all’epoca presidente INGV: “non ricordo”;

Mauro Dolce, all’epoca direttore dell'ufficio rischio sismico di Protezione civile: “non ricordo”;

Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, nega che se ne sia parlato, ma se così è andata, allora in quel momento doveva essersi distratto: “altrimenti sarei saltato sulla sedia”;

Franco Barberi, ai tempi presidente vicario della commissione Grandi Rischi: “si trattò di un riferimento un po' ironico”;

Bernardo De Bernardinis, ex vice capo Protezione civile: la domanda fu posta “più o meno ironicamente”;

Professor Claudio Eva: ritenendo poco opportuno esprimersi in termini troppo critici su un’affermazione del Capo della Protezione Civile preferì “aggirare in qualche modo la frase” con un “eufemismo per cercare di dire e non dire”.

'Dire e non dire' - quando si dice che a L’Aquila, quel giorno, “la scienza fu lasciata nel cassetto”, si intende anche questo.