Dissonanze

16 Febbraio Feb 2016 1007 16 febbraio 2016

Israele, un'altra esecuzione illegale?

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Yasmin Rashad al-Zarou ha 14 anni. Giace a terra sanguinante, ferita in modo grave dai colpi sparati dai soldati israeliani del checkpoint detto “160”. Siamo a Hebron, domenica 14 Febbraio, vicino la moschea di Ibrahim.

Per un portavoce dell’esercito israeliano l’adolescente avrebbe tentato l’accoltellamento. E l’esercito ha fatto fuoco. E' la riproposizione di uno schema, avallato dai media, che consente di rappresentare le aggressioni israeliane sempre come 'difesa'.

Discordante, la versione dei palestinesi presenti. Riportano a Ma’an News Agency che Yasmin, che era con la sorella, aveva già passato il checkpoint di alcuni metri quando i soldati le hanno sparato. Nel video, girato la sera stessa su Facebook, si vede la ragazzina in un lago di sangue e quando i passanti fanno per andarle in soccorso vengono bloccati e minacciati dall'esercito. Interviene poi un uomo palestinese, disabile, su una carrozzina a rotelle, ma mentre si dirige in soccorso della ragazza un soldato israeliano lo aggredisce, mandando a terra sia l’uomo sia la carrozzina. E mentre due palestinesi gli vanno in soccorso, scatta la carica dell’esercito - che lancia anche una granata stordente.

La testata Mondoweiss ha aggiornato l’elenco degli adolescenti uccisi (o gravemente feriti) dalle forze israeliane: 6 morti solo in questo week end, 171 dall’Ottobre 2015.

Al di là che il “presunto accoltellamento” ci sia stato o meno, l’episodio porta di nuovo alla ribalta la problematica che vede coinvolti poliziotti e militari israeliani nelle “esecuzioni illegali”: quando il presunto aggressore non rappresenta più una minaccia.

Lo denunciano le stesse ONG per i diritti umani israeliane, che in un report pubblicato sul sito di B’Tselem, come riporta l’agenzia Wafa, scrivono:

“Nessuno contesta la gravità degli avvenimenti degli ultimi giorni, né la necessità di proteggere il pubblico contro gli accoltellamenti e altri attacchi. Tuttavia, sembra che troppo spesso, invece di agire in modo coerente con la natura di ogni incidente, gli agenti di polizia e i soldati sono pronti a sparare per uccidere”.

E solleva anche una questione di discriminazione: “Nei casi in cui gli ebrei sono stati sospettati di attacchi, nessuno dei sospetti è stato colpito”.

Se l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha detto che “le circostanze che circondano tali omicidi negli ultimi mesi restano contestabili”, Philip Luther, direttore del Medio Oriente e del Nord Programma Africa di Amnesty International, è più deciso. E dichiara: “(…) sempre più le forze israeliane stanno incautamente violando gli standard internazionali, sparando per uccidere in situazioni in cui (la minaccia, ndr) è del tutto ingiustificata”.

Alcuni di questi casi - palestinesi uccisi in modo deliberato - sono stati documentati in modo approfondito dalla stessa Amnesty. Aggiunge Luther: “In alcuni casi, la persona colpita è stata lasciata sanguinante a morte per terra e non è stata data assistenza medica tempestiva, in violazione del divieto di tortura e altri maltrattamenti”.

La Commissione per i palestinesi detenuti ed ex-detenuti, invece, afferma in un rapporto che le forze israeliane uccidano i palestinesi a ‘sangue freddo' e sulla base di semplici sospetti, sostenendo che i soldati israeliani ormai agiscano sia come giudici sia come esecutori.

Spesso Israele viene definito un “avamposto della democrazia” in Medio Oriente. Ma negli stati di diritto si procede con arresti, processi ed, eventualmente, l’esecuzione della pena. Laddove il poliziotto/militare può sparare per uccidere secondo una valutazione del tutto arbitraria - selezionando l'obiettivo per gruppo d’appartenenza - Israele si mostra per quello che realmente è: un regime oppressivo e discriminatorio.