Dissonanze

16 Aprile Apr 2016 0957 16 aprile 2016

Grandi Rischi, libri da non leggere

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“LIBRI DA NON LEGGERE” era il titolo di una rubrica pubblicata da Aut-Aut negli anni ’70. Ecco, Sotto i nostri piedi. Storie di terremoti, scienziati e ciarlatani (Codice edizioni) di Alessandro Amato, geologo e dirigente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), meriterebbe lì una recensione - almeno per la mistificazione che fa del processo Grandi Rischi, della cui copertura mediatica Amato è stato tra i più attivi.

Saltando quasi tutto il libro, dove l’Autore si districa tra Aristotele, Lucrezio, “Beda il Venerabile”, Anassimene, Democrito e Anassimandro - senza contare Voltaire, Rousseau, Darwin, Kant o Theodor Adorno -, sono solo 6 le pagine dedicate alla vicenda processuale aquilana (pp. 204-210). Si tratta di un breve sunto di quanto già letto nel volume collettaneo Terremoti, comunicazione, diritto. Riflessioni sul processo alla 'Commissione Grandi Rischi' (Franco Angeli - a cura di Alessandro Amato, Andrea Cerase e Fabrizio Galadini) o nella scheda tecnica sul processo in Terremoto e rischio sismico (di Giovanna Cultrera e Maria Grazia Ciaccio, Ediesse edizioni).

In tutti questi lavori, una sorta di blocco ideologico, ricorrono le stesse sistematiche omissioni, volte a sostenere un preciso schema difensivo, del tipo: 'se ci fu rassicurazione, gli scienziati non ne sapevano nulla'. Ma ecco l’ordine dei fatti, grosso modo, secondo Amato:

- Gianpaolo Giuliani (il sedicente ricercatore convinto di poter preveder i terremoti, ndr), diffonde il panico;

- viene emesso un comunicato della Protezione civile, (Daniela Stati) in cui si dice che “non sono state rese note altre scosse sismiche di alcuna intensità (…)”;

- interviene Bertolaso, che richiama Stati: “queste sono delle cazzate”;

- viene riunita la Cgr da Bertolaso per contrastare il “panico montante”.

E fin qui ci siamo, anche se il peso attribuito a Giuliani sembra eccessivo. Ma ecco che Amato deve fare i conti con l’intercettazione Bertolaso-Stati sullo “scarico” - e scrive:

Fu in quell’occasione che che Bertolaso introdusse per la prima volta il concetto secondo cui ‘è meglio cento scosse di 4 scala Richter che una potente, perché cento, mille, servono a scaricare energia … ‘”.

“Per la prima volta”? L’ex capo della protezione civile, quando gliene fu chiesto conto in primo grado, la raccontò in modo diverso - stando agli atti:

Era un’affermazione (quella sullo 'scarico', ndr) che io avrò fatto (…) decine e decine di volte. Non c’è stato, dottor Picuti, mai un solo scienziato degno di tale nome, italiano o straniero che mi abbia mai detto: ‘Ma che cosa stai dicendo’. Mai uno che prima delle 3:32 del 6 aprile 2009 mi abbia mai contestato quest’affermazione”.

Insomma, se Bertolaso non si è inventato nulla e se non viene dall’INGV, chi ha messo in circolo quell’idea balorda? L’occasione per far chiarezza sul punto si è presentata all’incidente probatorio contro Bertolaso. Lì i “sette dell’Aquila” furono chiamati in qualità di semplici testimoni e avrebbero potuto dire quelle verità inconfessabili cui alludevano sui giornali - ma si avvalsero tutti della facoltà di non rispondere. Su questo silenzio, Amato tace. Scrive invece che:

“(…) nessuno poteva immaginare che il concetto scientificamente errato di Bertolaso, del ‘meglio tanti terremoti piccoli di uno forte che fa male’, sarebbe stato ripreso e amplificato dal suo vice Bernardo De Bernardinis: in un’intervista rilasciata prima della riunione (…)”. (p.208)

E ancora:

nessuno dei sismologi pronunciò quel concetto, né nella conferenza stampa tenuta dopo la riunione (…), né in altre sedi”.

Così impostata, la ricostruzione sembra coerente: che ne potevano sapere gli scienziati delle interviste sullo scarico? Prendetevela con la Protezione civile, noi siamo solo scienziati. Ma quel che scrive Amato è fuorviante. Stando agli atti, che il sismologo conosce molto bene, ecco come Franco Barberi informò i presenti durante la riunione del 31 marzo:

Ho sentito il capo del dipartimento del Protezione Civile dichiarare alla stampa (…) che quando ci sono sequenze sismiche frequenti si scarica energia e ci sono più probabilità che la scossa non avvenga. Cosa potete dire al riguardo?

Così risposero al giudice Billi:

Enzo Boschi all’epoca presidente INGV: “non ricordo”;

Mauro Dolce, all’epoca direttore dell'ufficio rischio sismico di Protezione civile: “non ricordo”;

Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, nega che se ne sia parlato, ma se così è andata, allora in quel momento doveva essersi distratto: “altrimenti sarei saltato sulla sedia”.

Franco Barberi, ai tempi presidente vicario della Commissione Grandi Rischi: “si trattò di un riferimento un po' ironico”.

Bernardo De Bernardinis: la domanda fu posta “più o meno ironicamente

Professor Claudio Eva: “ritenendo poco opportuno esprimersi in termini troppo critici su un’affermazione del Capo della Protezione Civile preferì ‘aggirare in qualche modo la frase’ con un ‘eufemismo per cercare di dire e non dire’”.

Non si sono pronunciati “su quel concetto”, vero. Ma quello che secondo Amato scagiona, secondo L’Aquila accusa: sapevano che era una fesseria e nessuno disse nulla - forse per “non irritare il capo della protezione civile”, riprendendo le parole di Eva, frase-manifesto della compiacenza degli scienziati al potere politico.

Ma andiamo avanti, scrive ancora il dirigente INGV:

durante il processo si creò un clima conflittuale con la ricerca e con i ricercatori, visti come un nemico e non un soggetto con cui dialogare. I principi fondanti del metodo scientifico furono fatti a pezzi (…)

Amato si amareggia di non essere stato visto come “soggetto con cui dialogare”. Eppure è lui il primo firmatario della “lettera aperta a Napolitano”, quella in cui si scrive che i membri della Cgr furono processati per “mancata allerta” - il reato in cui si oggettivizzerà la narrazione del (mai esistito) “processo alla scienza”. Una lettera datata 18 giugno 2010, successiva di oltre due settimane agli avvisi di garanzia (2 giugno). Quell’appello si basa su un falso presupposto e fu firmato da oltre 4000 ricercatori in tutto il mondo in 72 ore e infine sbattuto sul tavolo di una procura che quelle accuse non le aveva (e non le avrebbe) mai mosse. Dove le ha lette, invece, Alessandro Amato? E’ una domanda semplice, non c’è bisogno di scomodare Kant.