Down in the Seine

26 Marzo Mar 2013 1402 26 marzo 2013

BANGUI, IL GIORNO PRIMA

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Tanto per cominciare off-topic (così fissiamo da subito le cattive abitudini), fa un effetto un po’ strano leggere del colpo di Stato nella Repubblica Centrafricana. Anzi, ne fa due di effetti, entrambi strani. Il primo è: ma davvero ho deciso di investire questi dieci minuti della mia vita nella lettura di un pezzo sul colpo di Stato nella Repubblica Centrafricana (tempus, si sa, fugit)? Il secondo è che fatico a credere a quello che leggo perché a Bangui, la capitale conquistata dai ribelli della Séléka, una decina di giorni fa c’ero anch’io e respiravo un’aria che non c’entra niente.

La vedo quasi, nella descrizione dei giornalisti francesi (quelli italiani essendo poco interessati a tutto ciò che non riceve l’ombra del Cupolone, comme d’habitude). Bangui razziata e sparacchiata da un pugno di sgherri ventenni con la pelle nerissima, la divisa mimetica e la raffica facile; identici a quelli di centomila altri colpi di Stato in questi paraggi.

Bangui la vedo anche – e più nitida – com’era una decina di giorni fa: silenziosa, bruttarella, noiosamente pacifica lungo il fiume Oubangui. Vero anche che era un sabato pomeriggio: momento più di contemplazione che di azione. Sono passato in auto davanti allo stadio costruito e pagato dai cinesi, inutilmente enorme. E poi, a piedi, senza quasi guardare la strada prima di attraversare (tanto era immobile), ho proseguito oltre il Grand Café, dove non mi sono fermato perché non ero nell’umore per una pasta alla crema con trentacinque gradi all’ombra. La via principale è una pista sterrata, il centro sono quattro casette a un solo piano. Si arriva al fiume e si prende a sinistra lungo la riva, fino all’Oubangui Hotel. Di fronte al quale, e a un tramonto da urlo, mi sono seduto su una panchina di pietra, in cima a un promontorio roccioso in mezzo all’acqua, per una birra e un piattino di arachidi tostate in padella. Guardavo la sponda dall’altra parte e pensavo: quella è la Repubblica Democratica del Congo, lo Zaire di Mobutu. Mi sentivo infantilmente emozionato nel respirare l’aria a quella latitudine.



Non ce li vedo, i ragazzi della Séléka, a lasciare i kalashnikov per bere la birra al tramonto. O forse sì, anzi; e si divertono pure a terrorizzare la ragazza del bar. Se non è scappata in tempo.

E il gigantesco mercato di strada dove il mattino dopo cercavamo una sezione di tubo flessibile di gomma e invece trovavamo solo infradito del Milan e della Juve, quello dove abbiamo comprato delle frittelle zuccherate per colazione: avranno razziato anche quello, viene da pensare. Ma più probabilmente domenica mattina il mercato non ha proprio aperto. I venditori avranno saputo sicuramente che stavano arrivando quelli con le armi.

Sette giorni prima invece alle sette del mattino passeggiavo fra le merci stese per terra e i bambini che mi gridavano dietro “Mundele!”, che vuol dire “bianco”. Ero il loro fenomeno da baraccone, ridevano quando io facevo le facce perché un tizio mi passava accanto spingendo una carriola piena di scarti di bue, la testa con le corna e il resto, lasciando sangue dappertutto.

E l’ufficio che mi aveva accolto, quello con la veranda in cui ci piazzavamo per collegarci a internet e mandare due email, lasciare un “like” su Facebook per un amico: razziato, come ogni altra cosa. Non più nostro, ora. Chi l’ha preso l’ha fatto suo. Ma non lo usa come un ufficio per coordinare un intervento umanitario; gira voce che sia stato semplicemente capovolto e svuotato come una sacca. Una stampante, una caffettiera, una lampada. Capovolgi e cade di tutto; e tutto serve o può essere rivenduto.

E fatico a immagine come stiano passando il tempo i miei colleghi, chiusi nella casa in cui ho mangiato e dormito, visto che la tv via satellite non funzionava già allora che le cose andavano bene, figuriamoci ora. Ma non possono uscire, devono stare lì, sentire i rumori oltre il muro e immaginare le scene per strada. Almeno fino a che qualcuno non deciderà che basta così, Bangui è nostra, non serve più sparacchiare, potete tornare in giro, ma non la restituiamo.

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