Down in the Seine

3 Aprile Apr 2013 2043 03 aprile 2013

QUATTRO PERLE DAL 2012

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LE PERLE DELL’ANNO CHE FU

È già passata qualche settimana ormai dal concerto degli Alt-J alla Cigale, sublime rifugio parigino del rock alternativo – a differenza di altri, meritevole di cotanto appellativo: vincitori del Mercury Prize e omaggiati dall’inevitabile Les Inrockuptibles, gli Alt-J sono la maggior concessione al mainstream che La Cigale si sia permessa negli ultimi mesi.

Bonus personale: l’essere entrato in questo tempietto della musica pur essendomi presentato senza biglietto a un evento esaurito da settimane. La lunga e fiduciosa attesa sul tristo Boulevard de Rochechouart, in una serata fredda e piovosa di fine febbraio, è premiata in extremis; con tante grazie alla ragazza che ha voluto solo recuperare il valore nominale del biglietto di troppo che si ritrovava fra le mani, alla faccia degli esosi bagarini che volevano il triplo.

Alla fine, il concerto? Meraviglioso, caldo, coinvolgente. Brevissimo: i nostri hanno solo un album all’attivo ed evidentemente non abbastanza inediti in canna da rimpolpare il repertorio. Alla fine ricorrono (pur di concedere un secondo bis, segno che la volontà non manca) all’improbabile cover di Slow Dre di Kylie Minogue (peraltro ottima).

Concordo con Les Inrocks, An Awesome Wave degli Alt-J è il mio album preferito dello scorso anno, e uno dei pochi – quattro –usciti nel 2012 che ho comprato. “Quanto è bello”, mi sento ripetere ad alta voce ogni volta che lo ascolto. E questo, ne sono ragionevolmente certo, è un buon segno. L’altra cosa che m’intriga è che si fatica a individuarne il genere. È semplicemente molto, molto originale. Cori a cappella, elettronica, archi, arpeggi acustici. L’album odora, se proprio vogliamo offenderlo, di art rock – infelice etichetta che fa pensare a una musica un po’ snob, fatta solo con la testa e servita fredda. Ma qui ci sono anima e cuore finché se ne vuole. E quando c’è la forma e c’è l’anima, c’è un po’ tutto l’indispensabile. Anche meglio, An Awesome Wave è un album di esordio: e questo ci rende felici, che insomma di cose nuove e interessanti c’è sempre bisogno. Forse gli Alt-J chiedono più di un ascolto per farsi amare fino in fondo: ma questo non è un male, anzi è una qualità verso la quale confesso di essere parziale. La splendida Taro si candida al titolo di migliore closing track dell’anno. Sintesi perfetta di questo lavoro: raffinata e piena di polpa. Speriamo che duri.



DJANGO DJANGO, Django Django

Il mio secondo album preferito (ma volendo anche il primo, va un po’ a giornate) dello scorso anno, e altro acquisto strafelice. Tarantino non c’entra – oddio, a ben vedere si segnala l’avvistamento di chitarra vagamente pulpfictioniana a metà disco, ma è poca cosa. E comunque lo sfortunato nome fu scelto nel 2009 all’Università di Edimburgo. Ma quel che conta è che, schitarrata a metà disco a parte, non c’è niente in quest’album – d’esordio anche lui, come per gli Alt-J – che non suoni in tutto e per tutto originale. Soprattutto, non c’è niente che non suoni veramente bene. I Django Django hanno idee fresche, proprie, diverse. C’è una robusta dose di elettronica ma non è un album di genere: questi signori sanno accostare in modo intelligente il suono elettronico a quelli elettrici, metallici e acustici. This is pop: squisito, dall’inizio (finalmente un’intro che non sa d’inutile) alla fine. E se le bolle di sapone miste a polvere di stelle di Hail Bop fanno pensare, in effetti, a qualcosa di danzereccio, Firewater potrebbe rendere invidiosi i guru dell’alt folk.



TOY, Toy

Per completare la terna, altro album di debutto (anche se dalla lunghissima gestazione, pare): oh yes, i tre dischi più belli dello scorso anno sono altrettante opere prime. Non è un bene, per la musica e per l’umanità? Non è splendido che, con loro buona pace, le cose più belle sentite nel 2012 non siano le attese perle di Leonard Cohen, Bruce Springsteen o Neil Young, e nemmeno della splendida quarantenne Cat Power? Toy è un ottimo album che piace, pur restando una tacca sotto Alt-J e Django Django, questo è chiaro. Per inciso, i Toy sono molto più etichettabili come genere e influenze: fra il noise rock con tinture psichedeliche e una vaga nostalgia di shoegazing. Per convincerci bastano la splendida Dead and Gone o l’apertura in medias res, un po’ alla Super Furry Animals, di Colours Running Out. E sì, anche il celebrato singolo Motoring nonostante l’ovvia commerciabilità resta di tutto rispetto. Nipotini dei Jesus & Mary Chain con un pizzico di Ride. Ecco cosa trattiene i Toy al piano di sotto: hanno dimostrato di aver ascoltato della buona musica e di saperla reinterpretare molto piacevolmente; vorremmo che ci proponessero qualcosa di veramente originale. Ma l’album, sia chiaro, si ascolta che è un piacere. A seguire…



THE VACCINES, Come of Age

Non cercano di reinventare la ruota nemmeno loro; i Vaccines sguazzano comodamente nelle acque sicure della più classica tradizione guitar rock inglese. Fratelli minori e meno cool degli Arctic Monkeys, ma più simpatici. Sono un po’ come un panino al prosciutto crudo di Parma: ruspanti e piacevolmente prevedibili. Ed è giusto così: non vuoi sorprese, anzi, se il panino non avesse esattamente il gusto che ti aspetti, ci rimarresti male. Prendiamo anche i Vaccines insomma, dallo scorso anno, perché dalle prime note di No Hope si capisce che non deluderanno, e quando si arriva a Teenage Icon sembra di sentire John Peel che una volta tanto non si rivolta nella tomba, ma sorride soddisfatto. Da qui in poi, si vedrà.

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