Down in the Seine

26 Aprile Apr 2013 1802 26 aprile 2013

NON CI SONO PIU' LE ANGUILLE DI UNA VOLTA

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Le premesse erano perfette.

Una band (gli Eels) insolita, imprevedibile, che fa dell'alterità, della marginalità, la propria raison d'être; un leader (Mark Oliver Everett, aka "E") pazzoide, istrionico, straripante di carisma ed esule artistico in cerca di nuova Patria; una sala concerti (il Trianon) con una tradizione di scena alternativa e una dimensione intima e calorosa; una città (Parigi) in cui vive gente che ha fame e voglia di cultura "altra", di artisti di strada, di gente con la barba lunga.

Ad aprire per gli Eels c'era Nicole Atkins, giovane anima folk del New Jersey che fu già culla di Patti Smith e Bruce Springsteen. Qualche anno fa Nicole era una giovane cantautrice di belle speranze con più qualità musicale che appeal commerciale; oggi, se le tocca fare da apripista per il concerto di una band alternativa come gli Eels, possiamo tranquillamente dire che la sua cometa è arrivata e passata senza lasciare purtroppo traccia nel firmamento delle classifiche. Ma quando intona "Neptune City" (pezzo dedicato alla sua città, a quanto parte un obbligo morale per i nativi del Garden State), fa ancora piacere sentirla.

Quando tocca a loro, gli Eels, mi viene da ridere: ogni volta un non-look nuovo, una muta di pelle alla ricerca dell'improbabile. Dopo il tre pezzi gessato con bombetta e bastone, dopo il pigiama, dopo il vestito da aviatore della Grande Guerra, stavolta tocca alle tute da ginnastica blu scuro. Tutti e cinque, a partire dall'impossibile "E", che presenta gli altri membri della band chiedendo un abbraccio a ciascuno.

E quando attacca a suonare, il gruppo è più rodato che mai, pienamente adatto al sound più rock degli ultimi album. L'intesa è perfetta, e non solo fra "E" e il mitico Chet, il polistrumentista con cui il leader celebra in scena il rinnovamento del matrimonio artistico a dieci anni dal felice incontro. Il ritmo insomma è serrato, il pubblico si scalda e ricambia l'amore che il gruppo dispensa a piene mani.

Ma qualcosa stride, ed è un fatto più evidente ogni minuto che passa; parlo dell'insistenza, della protervia nel non eseguire i vecchi brani più amati dai fan. Passano una canzone, due, cinque, un'ora di concerto. Niente, nemmeno una briciola. Sembra che gli Eels non abbiano fatto nulla prima di El Hombre Lobo. Un vero peccato, perché francamente a costo di essere banali non possiamo nasconderci che le cose migliori, questa band, le abbia prodotte invece prima di quell'album.

Alla fine, durante i bis (gestiti con il solito siparietto: uno alla volta, torno-non-torno, l'ultimo brano quando ormai le luci di sala sono accese, metà della gente è andata via e i tecnici stanno smontando il palco), arrivano finalmente My Beloved Monster e Dog-Faced Boy. Ma quanto ci hai fatto penare, per un regalo così parsimonioso. Sembra che a chiedergli Novocaine For the Soul o I Like Birds gli si rivolga un insulto. Caro Mark Oliver, va bene essere alternativi, va bene sottolineare che non si vive delle glorie passate, rivendicare con orgoglio il lavoro nuovo e recente, questa è cosa buona e giusta. Ma qui siamo al rinnegamento di se stessi, al revisionismo storico, anzi, quel che è peggio, allo snobismo.

O forse avevi un po' paura che il boato della gente nel sentire le prime note di Beautiful Freak oscurasse quello tributato alla recente New Alphabet?

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