Down in the Seine

13 Maggio Mag 2013 2257 13 maggio 2013

STROKES, BACK TO THE FUTURE

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Non si può sempre aspettare l'anno nuovo per darsi alla nostalgia e alle immancabili classifiche sui migliori album dei dodici mesi passati. E' possibile che, venuto il prossimo momento nostalgico nel gennaio 2014, tornerò su quest'album; e quindi potrei lasciare il tutto per allora. D'altronde, anche no; potrei anche non ricordarlo fra otto mesi; soprattutto se dovessi limitarmi ai migliori album del 2013. E quindi, cogliamo l'attimo: se ti accorgi delle cose che passano mentre passano (belle o brutte che siano), perché aspettare?

Insomma parliamone subito, di questo nuovo degli Strokes; premettendo, non si sa bene perché, che trattasi di una band che conosciamo e naturalmente amiamo tutti profondamente, fin dalla prima apparizione in quel lontano 2001 con il folgorante, erotizzante, meravigliosamente laido Is This It. E aggiungendo (perché è vietato citare gli Strokes senza aggiungerlo) che sono gli eredi unanimemente acclamati della santa tradizione dei bardi newyorchesi, sorgenti di quella musica che scorre nelle vene della Grande Mela; lunga storia che (forse) iniziò coi Velvet Underground alla fine degli anni '60, per proseguire con Lou Reed (ovvero con quel che restava dei VU) nei '70, indi coi Sonic Youth negli anni '80 e finalmente - dopo aver saltato una decade - con i Nostri, gli Strokes appunto, all'inizio del Nuovo Millennio.

Ecco, abbiamo smarcato tutte le premesse, più o meno. Possiamo parlare di quel che ci interessa, ovvero di questo (quasi) nuovo Comedown Machine.

La prima impressione, ascoltandolo, è di aver scaricato l'album sbagliato. Ops, ho detto scaricato? volevo dire comprato. O ascoltato (senza meglio precisare).

Quando iniziano le note di Tap Out, brano d'apertura, non ci succede niente di particolare: le primissime carezze alla chitarra ingannano, sembrano Strokes d'annata. Lo shock anafilattico arriva pochi secondi dopo, quando la canzone inizia per davvero: un bubblegum pop danzereccio-sintetico anni '80 che di primo acchito deve più ai Tipinifini che a Lou Reed e John Cale. Eh? Eppure è così. Elettronica leggera, una voce che non sembra neanche quella di Julian Casablancas (ma avete mai sentito un nome più adatto a una rockstar? Se la gioca con Elvis Presley), ma di una ninfa sintetica scesa dall'Enterprise a braccetto col Capitano Kirk, quello con la pancetta interpretato da William Shatner.

Per il tempo di un brano, il secondo, ci si illude di aver sognato; All the Time suona più come un brano degli Strokes, potrebbe essere preso da uno a caso dei loro primi quattro album. Carino, peraltro. Ma è un'effimera illusione, appunto. Se l'inizio dell'album era pop del genere Big Babol alla fragola, il terzo passo nel delirio, One Way Trigger, lo definirei elasti-pop, e di quello d'annata: mi aspetto, come minimo, che dallo stereo mi appaia all'improvviso l'ologramma di Heather Parisi ad alzare la coscia in salotto. Ho paura.

Che dire; questi sono i nuovi Strokes. Non ci sono dubbi, devono proprio essere stati in vacanza con Debbie Gibson e Samantha Fox; hanno preso la macchina del tempo e sono stati scritturati da Claudio Cecchetto (all'apice della sua carriera su Italia 1) e quindi lanciati da Deejay Television. All'altezza del quinto brano il trucco è svelato; il pezzo si intitola in effetti 80s Comedown Machine e finalmente tutto è chiaro. Julian, ti sei burlato di noi, vero? Non è che hai cenato con Almodòvar? Avete fatto una scommessa?

Chances poteva anche intitolarsi Love Theme From Top Gun e accompagnare una scena di sguardi teneri fra Tom Cruise e Kelly McGillis sulla pista di decollo - ah, Kelly McGillis... il più sottovalutato sex symbol nella storia della cinematografica recente, soprattutto nella versione Amish, struccata e involontariamente passionale, che abbiamo ammirato in Witness - Il Testimone; ma torniamo a noi.

L'ultimo pezzo (parlavamo degli Strokes), si chiama Call It Fate, Call It Karma e sembra la cover di se stessa in quell'odiosa versione pseudo jazz che da anni appesta i ristoranti e le pizzerie di mezza Europa (avete presente? versioni languide e cotonate dei più grandi successi del pop e rock degli ultimi trent'anni, cantati tutti dalla stessa ragazza con quella voce melliflua... vabbè).

Insomma, Comedown Machine fa schifo? Niente affatto. Anche se non sono sicuro che sia bello. Per ora si lascia ascoltare e fischiettare senza affanni. Ma non so se resisterà all'arrivo della bella stagione.





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