Down in the Seine

28 Maggio Mag 2013 2339 28 maggio 2013

IL GRANDE FRANCIS

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Ho talmente amato The Great Gatsby (il libro) che ho dovuto rileggerlo prima di andare al cinema a vedere il film, perché non volevo che la personalità ingombrante di Baz Luhrmann ne ri-plasmasse l’idea e il ricordo che conserverò fino a miglior vita. No, mento. In realtà avevo un ricordo un po’ sbiadito di Gatsby: tipo che mi fosse piaciuto, sì, ma per qualche motivo non rimasto impresso nella memoria. Niente ricordi nitidi; nessuna particolare sensazione, emozione o associazione che scattasse nel ripensarci. E quindi, quanto mi poteva essere davvero piaciuto?

Così ho deciso di rileggerlo per fargli giustizia: voglio dire per averne un’idea in quanto libro, per rivisitare il mondo originale di Fitzgerald prima che l’uragano-Luhrmann lo investisse con tutta la sua potenza. E ne ho tratto, stavolta non c'è dubbio, infinito godimento.

Chiaramente poi, seduto nelle prime file della sala strapiena del Gaumont Opéra, con il faccione di Di Caprio a pochi metri da me, non ho potuto soffocare nella culla lo scontato “parallelo” che nasceva nella mia testa. Ma sì, confrontiamo!, mi sono detto. Ecco, appunto.

La prima cosa: il Gatsby luhrmaniano è talmente fedele alla trama originale da non tentare nemmeno di emanciparsi dal gioco della citazione letterale (e insistita) dei passaggi celebri del romanzo. Appena sento declamare “In my younger and more vulnerable years…”, mi si aprono il cuore e a ruota un sorrisone a… boh, tutti i denti che ho, non li ho mai contati. Insomma il testo è talmente musicale che come fai a rimproverare al regista il trucchetto di usarlo in continuazione? Però mi aspettavo una trovata più originale, forse.

Per il resto, invece, le differenze sono notevoli.

La prima è una differenza estetica che conta anche come sostanza. Se c’è una cosa che ho sentito, leggendo Fitzgerald, è la leggerezza di questo libro. La scrittura è ricca e gustosa – ma lieve, come una millefoglie ben fatta, come bianco d’uovo montato a neve per fare l’île flottante. Se dessi importanza ai quattro elementi, se fossi il tipo che gira il letto all’incontrario per questioni di “energia” o che pestando una cacca pensa “la vita ha voluto mettermi quella cacca sotto il piede per insegnarmi qualcosa” invece che semplicemente “fanculo”, insomma se fossi un po’ meno gretto, lo definirei Aria. Fatto sta che è un giulebbo a leggersi. Ho adorato la levità del testo di Fitzgerald fino al punto che forse, in termini di goduria pura e semplice, è il libro che ho letto con più soddisfazione.

Ma ve lo vedete Luhrmann come Aria? No, vero? Denso, pastoso e barocco. Psichedelico, esagerato. Visionario. Le feste a casa di Gatsby ricordano quelle di Moulin Rouge. Il Gatsby dello schermo è una cassata siciliana. Sopra uno strato di sacher torte. Sopra uno strato di profiterole.

Buonissimo anche lui, neh! Non si direbbe? Uhm, solo perché non so trovare la similitudine giusta – fidatevi, è buonissimo. Ma ho preferito la millefoglie.

Quello che invece inequivocabilmente manca in Luhrmann, secondo me, sono due cose importanti.

La prima è la posizione del narratore/autore rispetto a quel che succede; detta in altre parole, il giudizio morale. Non c’è da stupirsi, perché oggi, nell’anno del Signore 2013, parlare di giudizio morale fa subito venire in mente Rosy Bindi che si fa il segno della croce sentendo pronunciare la parola "gluteo". Ma in Fitzgerald non c’è nessuna pruderie. C’è giudizio morale, ma zero moralismo. Prendete Nick che parla di Daisy: “The instant  her voice broke off, ceasing to compel my attention, my belief, I felt the basic insincerity of what she had said”. Bang!

Tanto più chiara è la presa di distanza del narratore-Nick dal mondo che ci racconta, tanto più forte e importante risulta il suo non-giudizio su Gatsby, l’unico fra tutti i personaggi della storia a non disgustarlo. Tutto questo non l’ho sentito, nel film.

La seconda cosa che manca, sempre a mio modesto avviso, è l’ambiguità di Gatsby. Sì, nel libro Gatsby mi risulta più ambiguo. Non sai bene se credergli o no, non capisci se Nick è un frescone o un lettore attento dell’animo umano. Quando l’auto di Gatsby uccide Myrtle, pensi: “Ah! Lo sapevo, stronzo”. Ma per pensarlo, bisogna che la cosa sia possibile, verosimile.

L'ambiguità di Gatsby è un bellissimo contrappeso alla “posizione morale” di Nick, tra l'altro: le dà un senso e la valorizza. Nel film, i contrappesi si elidono: Gatsby non è esattamente trasparente, ma non riesci proprio, per quanto ti sforzi, a dubitare di lui. E quindi la fedeltà di Nick ne risulta sminuita: è troppo facile voler bene a quel Gatsby, quello di Luhrmann. Mi sembra. Mah.

Ripeto: il film mi è piaciuto. È un mondo un po’ diverso dal libro, per quanto letterale possa esserne apparentemente l’adattamento. Ma non è cosa sorprendente, per questo regista: nel suo Romeo + Juliet (sempre con Di Caprio), battuta per battuta il testo è Shakespeare, ma la storia è ambientata nella California dei giorni nostri. Solo che allora, Baz l’aveva fatto apposta. Questa volta? Boh, non saprei; prendiamolo così.















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