Down in the Seine

10 Giugno Giu 2013 2301 10 giugno 2013

IL VECCHIO GATSBY

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Siccome lo Studio 28 di Montmartre è un cinema troppo avanti (infatti lo frequentava anche Amélie, quella del Favoloso Mondo), l'altro giorno siamo andati a vedere sul suo grande schermo anche l'altro Gatsby, quello del 1974 con Robert Redford.

"Quale ti è piaciuto di più?", vi sento gridare a banda larga.

Redford (tanto vale iniziare da lì, perché questo film - come il romanzo - vive e muore col suo protagonista) è un fantastico Gatsby. Non che Di Caprio non fosse ottimo. Ma Redford, ecco, è meno taurino nel collo; Redford è leggermente più Gatsby.

Sicuramente è un Gatsby più ambiguo: i più fedeli tra i miei due lettori ricorderanno che invece a mio parere il Gatsby-Leo mancava di quel lato d'ombra, era più solare di quanto non l'avesse scritto il suo creatore originale. Forse, a voler spaccare il capello, Redford è fin troppo ambiguo; di certo potrebbe sorridere di più. Il sorriso di Gatsby è fondamentale. Sentite come lo racconta Fitzgerald: "(Gatsby) sorrise comprensivo - molto più che comprensivo. Era uno di quei rari sorrisi che esprimono una rassicurazione incrollabile, di quelli che potresti incontrare quattro o cinque volte nella vita. Abbracciava con lo sguardo - o sembrava abbracciare - l'interno mondo esteriore per un istante, per poi concentrarsi su di te con un irresistibile pregiudizio in tuo favore. Ti capiva fin dove volevi essere capito, credeva in te come tu vorresti credere in te stesso e ti assicurava di avere di te esattamente l'impressione che, al meglio delle tue possibilità, vorresti trasmettere".

Quel sorriso che ti fa sentire a metà strada tra l'utero materno e il Giardino dell'Eden, insomma. Redford lo sa fare, ma l'ha fatto solo una volta in tutto il film. Di Caprio pure lo sa fare, e lo fa un po' più spesso. Ruffiano? Sì, ma anche Gatsby è bonariamente ruffiano.

Nel vecchio Gatsby diretto da John Clayton ci sono gli anni Venti. C'è il jazz, c'è quella leggerezza che è del romanzo e dell'epoca. Ci sono perfino dei lunghi silenzi! Così belli, così giusti quei silenzi...

Forse a quell'epoca i registi non andavano in ansia da prestazione, potevano permettersi di girare un film come questo andando in cerca delle intenzioni e delle suggestioni del romanzo, senza bisogno di esserne protagonisti. Soprattutto, i produttori non ti facevano l'elettroshock se lasciavi uno spazio superiore ai due secondi senza dialogo e senza musica.

Baz Luhrmann invece è in tutto e per tutto uomo della nostra epoca, quella in cui siamo tutti poeti maledetti e una giornata di pioggia merita un carme su Facebook.

Detto questo, se trovo il vecchio Gatsby più fedele allo spirito del romanzo, devo ammettere al tempo stesso che quello nuovo di Luhrmann forse mi ha saziato di più. Temo sia la sindrome degli insaporenti artificiali; avete presente, quelle sostanze che rendono il cibo più buono, più succoso, più colorato, più figo? E poi quando mangi una mela biologica o un biscotto senza sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio, non senti una mazza. Non è il cibo biologico che non sa di niente! E' il palato ormai è abituato così! E quindi, senza sua colpa, il Gatsby del '74 è ottimo come un filetto di pesce al vapore. Impeccabile. Giusto ogni tanto, butti l'occhio al tavolo del vicino che addenta una salamella.

Infine, Mia Farrow, duole dirlo, non riuscirebbe a sedurre nemmeno un marinaio reduce da tre anni di astinenza su una piattaforma petrolifera dove la cosa più femminile che ha visto era la gru. L'ha capito perfino Woody Allen, dopo un po'.

(i più accorti di voi avranno capito che non so quale Gatsby preferire).

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