Down in the Seine

24 Luglio Lug 2013 1052 24 luglio 2013

20TH CENTURY BOY

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Se l’atterraggio sulla Luna avesse lasciato, nella memoria e nel sentimento collettivo, l’impronta emotiva e insanabilmente nostalgica che ha lasciato il festival di Woodstock, oggi per le campagne d’Europa e del resto del mondo si aggirerebbero decine di esposizioni itineranti della NASA, e milioni di uomini brizzolati aspetterebbero con ansia il passaggio del circo spaziale dalla propria regione per precipitarsi, vestiti da astronauta, a fare ore di coda sotto il sole bollente per poi farsi sballottare dentro una navicella finta in assenza di gravità.

Ma la scienza è fredda e lo sbarco dell’astronauta, per quanto spettacolare, resta l’impresa solitaria e lontana dello specialista. La musica rock e pop invece è fenomeno di popolo, voce collettiva che si esprime attraverso l’artista, suono che nasce dall’urgenza di comunicare – di avere della roba da dire, di coinvolgere altri – prima che da qualunque ragione estetica. La musica rock e pop è calda – talmente calda che l’idea di assistervi senza sudare è strana come quella di non sudare mentre si fa l’amore.



Sarà per questo che a inizio luglio le strade dell’est francese, nei dintorni della cittadina di Belfort, non brulicano di mancati astronauti; ma di tre generazioni di gente con le magliette dei Clash, di Jimi Hendrix, dei Black Sabbath, di 2pac, degli Arctic Monkeys, di Florence & the Machine e di Lily Allen, gente che arriva dalla regione, dalla Francia e da un gran bel pezzo d’Europa per vivere insieme Les Eurockéennes, una delle mille adunate continentali che cercano, con alterne fortune, di riesumare la Summer of Love, versione 2013.

E pazienza se insieme al Love ti becchi la ressa, l’insolazione, i cessi intasati dopo dieci minuti dall’apertura, la birra calda pagata come fosse Dom Perignon, lo zoticone che ti scavalca mentre ti rilassi svaccato sull’erba e ti spolvera con praline di sabbia come fossi una torta appena sfornata, la coda a tarda notte, distrutto, per prendere l’agognato bus-navetta e iniziare un viaggio della speranza verso un parcheggio lontanissimo e pattugliato da un manipolo di poliziotti che ti guardano come se volessero darti fuoco, costretti come sono a passare tutto il giorno in uniforme sotto il sole rovente perché tu – hippie del cazzo, vai a lavorare – vuoi ubriacarti e cantare e fare casino e vomitare dappertutto.

Pazienza; perché una volta dentro, ah beh... una volta là dentro, mentre salti e ti dimeni e prendi una gomitata nelle costole e canti e balli e dai una gomitata nelle costole e alzi le mani all’ultimo secondo per sostenere un corpo che ti plana sul cranio con i Doctor Martens, là dentro, in mezzo a tutto questo... c’è la musica che ti ha fatto ballare, ridere, fare amicizie, piangere, che hai creduto potesse spiegarti la vita, o anche solo farti conoscere la tipa della terza B. E mentre il tuo corpo, col pilota automatico, balla e sgomita e beve, la tua testa guarda e soprattutto ascolta.



La musica rock e pop, perché abbia un senso, deve essere cosa viva, contemporanea, attuale, voce dell'oggi che domani non vale più: rivolta a chi è qui e ora e capisce, e se non capisce pazienza. Ma un festival rock non è un nuovo album fresco di pressa, né un concerto o un tour allestito (solo) per promuovere e lanciare un prodotto. Un festival rock è, prima di tutto, un rito. E come tale, più che parlare - come fa una canzone - deve rappresentare. Per questo conserva un valore simbolico, rievocativo, uno sguardo che sa tornare mezzo secolo indietro.

E quindi, dimentico per un giorno del bisogno (sacrosanto) di guardare sempre avanti, ti intenerisci per come i vecchi rocker brizzolati ci credono mentre si dimenano insieme ai duri e puri Black Rebel Motorcycle Club, o rievocano i giorni d’oro delle chitarre sporche con i Dinosaur Jr., nonostante sia l’orario sfigato in cui fa più caldo e in piena luce pomeridiana il rock sembri un po’ meno maledetto.

Ti vengono gli occhi lucidi quando scopri per la prima volta dal vivo le facce giovani dei Two Door Cinema Club, una storia che prende vita e forma sotto i tuoi occhi; e ti chiedi se stai assistendo alla genesi dei nuovi Smiths o se tra qualche anno saranno dimenticati.

Ti esalti quando vedi che i Vaccines hanno avuto ogni genere di problema tecnico possibile, ma alla fine ce la fanno “with a little help” dai colleghi, i Palma Violet, che prima gli prestano gli strumenti e poi durante il concerto si buttano in mezzo al pubblico per infondere energia.



E i Tame Impala: che partono lentamente, perché il loro onirismo psichedelico fatica a sintonizzarsi sulle frequenze del pogo selvaggio, ma poi afferrano lo spirito del momento e si allacciano al pubblico, invece di pretendere che il pubblico si agganci a loro. E i redivivi Skunk Anansie, ma Skin che cacchio mangia per essere ancora così? O è sua figlia? E quando salta in mezzo alla gente anche lei, oltre la transenna, e si mette a pogare mentre canta? E i My Bloody Valentine, che hanno pubblicato il terzo album in... vediamo... venticinque anni? E nel frattempo non sono diventati né più espansivi né più giocosi, ma sanno sempre suonare le note per farti sognare e comunque quel che gli importa, a occhio e croce, è vincere il premio del VOLUME PIU’ ALTO.

E alla fine, tutti insieme, schiacciati là davanti, premuti a scambiarsi il sudore, aspettiamo i Blur: la prova che - come si diceva - un festival rock può anche non lanciare o promuovere niente, visto che la band di Londra, a parte un singolo dimenticabile lo scorso anno, non ha prodotto niente di nuovo negli ultimo dieci anni. Ma continua a riempire Hyde Park, e poi Belfort, quando imbraccia gli strumenti.



Damon, Graham, Alex e Dave: ok, bene, ci sono ancora tutti e quattro, sembrano in buona salute. E sotto ci sono sempre tutte e tre le generazioni di cui sopra, sognatori dai diciotto ai cinquanta: il sobrio, il patetico, il malinconico, il casinista, il tranquillo, il riflessivo, tutti a cantar le stesse parole.

Chissà quanti, dentro Parklife, For Tomorrow, End of a Century, Coffee & TV e tutte le note e le parole di quei primi anni ‘90, hanno risentito dopo tanto tempo il rumore soffice della barba che cominciava a crescere più in fretta, la sensazione umida della pelle che si faceva più molle, il peso ingombrante dei pensieri che si ispessivano, si allungavano, rallentavano. L’immagine, distante ma familiare, di un ragazzo che giorno dopo giorno, senza saperlo e senza volerlo, si trasformava in quel po’ di uomo che gli è capitato di diventare.



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