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1 Settembre Set 2016 1113 01 settembre 2016

Dall'accoglienza all'integrazione il passo e' traumatico

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Traumi ignorati. Titola così il rapporto che Medici Senza Frontiere ha divulgato lo scorso Luglio nel tentativo di tratteggiare lo stato attuale del disagio mentale e dell’accesso ai servizi sanitari territoriali per i richiedenti asilo in Italia. Il ritratto è allarmante e mette in evidenza la mancanza di figure professionali adeguatamente formate per il contesto migratorio. Inadatta la terminologia diagnostica, assente un protocollo condiviso di intervento, pochi i fondi. Le strutture di accoglienza allungano i tempi di incertezza e precarietà, e laddove i traumi subiti in periodo pre migrazione e quelli fronteggiati durante il percorso migratorio non hanno generato stati d’ansia, è la realtà post migratoria ad instillarne i sintomi. Come ha infatti dichiarato Silvia Mancini, esperta di salute pubblica per MSF e curatrice dell’analisi che potete leggere interamente sul sito di MSF: “I richiedenti asilo si ritrovano a stare per periodi molto lunghi in strutture che sono spesso in zone particolarmente isolate, dove rimangono a lungo, a causa dei tempi legati all’attesa dell’esito della procedura di asilo. Questa condizione genera profondo stress e sofferenza, che si somma all’esilio in una terra sconosciuta e alla mancanza di prospettive”. Manifestazioni d’ansia e disturbi dovuti a disordine da stress post traumatico sono i segnali più diffusi di una emergenza annunciata, dove l’abbandono del nucleo familiare, le barriere linguistiche e culturali e le condizioni socio-economiche con le quali i migranti si trovano a convivere, non favoriscono il processo di integrazione. Come affrontate il problema? Migliorare il sistema accoglienza, suggerisce l’ultima pagina del report.

Io voglio portarvi in Germania per raccontarvi come si è affrontato quel fenomeno che nel resto d’Europa è stato annunciato, seguito e talvolta ammirato, come #RefugeesWelcome. L’afflusso superiore alle aspettative che ha visto l’arrivo in Germania di oltre 1 milione di rifugiati, principalmente Siriani, ha messo a dura prova un sistema accoglienza che si e’ trovato prossimo al collasso. A spiegarmelo è stata la Dott.ssa Wenk-Ansohn, Psicoterapeuta e Capo del servizio ambulatoriale per adulti presso il Centro per le vittime di tortura di Berlino (bzfo) che, insieme ad una trentina di sole altre strutture in Germania, si è fatto carico di riorganizzare i programmi di supporto per il trattamento psicosociale di rifugiati vulnerabili testimoni di traumi. Nel 2015 il Centro ha ricevuto 502 vittime di tortura e adottato speciali programmi di intervento per far fronte alle critiche condizioni dei rifugiati accolti. Inutile sottolineare come il numero di richieste prese infine in considerazione ecceda l’effettiva capacità di accoglienza. Il sistema sanitario nazionale per i richiedenti di asilo è limitato e garantito per i primi 15 mesi e cura a titolo gratuito emergenze, gravi malattie e urgente trattamento psichiatrico. Dei nuovi arrivati, in maggioranza Siriani, Iracheni, Afghani, Somali, Eritrei, Yazidi, tra il 20% e il 45% mostrano sintomi di depressione e trauma già al momento di ingresso, in molti non ricevono però appropriata diagnosi.

Ostacoli quali barriere linguistiche, limitato numero di interpreti adeguatamente formati e mancanza di finanziamenti per colmare questi vuoti, rendono difficoltoso redigere una diagnosi immediata a uomini, donne e bambini che hanno subito traumi durante il percorso migratorio e in precedenza, “a casa loro” per dirla con le parole di chi non vuole osservare da vicino il fenomeno. Dal momento della diagnosi all’inizio della terapia, che in genere favorisce chi è a minor rischio di espulsione, passano circa due settimane e quest’attesa certo non aiuta il già precario stato di instabilità mentale. Stiamo parlando di vittime di gravi eventi traumatici, sottolinea la Dottoressa, che insinuano sensi di colpa per chi abbia abbandonato familiari, chi sia sopravvissuto alla perdita di amici, chi porti i segni di umiliazioni, torture, violenze sessuali subite. Avvenimenti per i quali si prova muta vergogna, che è spesso difficoltoso spiegare e comprendere in assenza di mediatori culturali indipendenti che parlino la stessa lingua e riconoscano il peso delle espressioni adottate.

Ma qual è il rischio di una mancata ed immediata diagnosi? Le conseguenze sono evidenti e drammatiche: disturbi depressivi, tendenze suicide, episodi di violenza autoinflitta e, in alcuni casi, nei confronti di altri individui. Atti inevitabili dettati dalla perdita di controllo e da un costante stato di nervosismo, inquietudine, incertezza che possono essere prevenuti solo tramite sicurezza e supporto sociale. Ed ecco allora la necessità di un percorso terapeutico che non offra solo consulenza medica, psicologica e legale, bensì attività sociali quali corsi professionali, scuole di lingua, musicoterapia, sport, laboratori creativi di gruppo, per sviluppare un senso di appartenenza, ristabilire i rapporti di fiducia e mettere a tacere quegli elementi che generano insicurezza nel presente, come l’eventuale perdita di residenza o l’allontanamento in altri paesi Europei o in quello di origine. Riprendere il controllo sui ricordi traumatici e ristabilire un contatto con una comunità è il fine ultimo della terapia. Secondo le ricerche svolte dal Centro stesso, il percorso terapeutico, che può variare da un minimo di sei mesi ad un massimo di un anno e mezzo, ha portato risultati positivi: il trauma non viene completamente rimosso, ma si ritrova una prospettiva di vita. Il che si traduce in possibilità concreta di integrazione, un aspetto di estrema importanza nella vita dei soggetti vulnerabili, che senza il supporto di personale adeguatamente formate sarebbe impossibile favorire.

Se allora vi state chiedendo quali siano queste figure, ho una bella storia, tutta berlinese, da raccontarvi – nel prossimo post.

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