Expactations

18 Settembre Set 2016 0026 18 settembre 2016

Ipso factotum

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Nonostante lo scenario scoraggiante, ho chiuso il precedente post con la promessa di raccontare una bella storia tutta berlinese. Ho mentito, solo in parte, perchè i protagonisti di questa storia sono Siriani, Pakistanti, Afgani, Palestinesi e hanno tutti in comune la stessa esperienza: essere migranti, essere in Germania e aiutare altri migranti.

“E’ un programma che permette ai migranti di aiutare altri migranti,” spiega una giovane ragazza Siriana, “amici e familiari sono ancora in Siria, nel mezzo del conflitto. Tutti hanno dei problemi, preoccupazioni, incubi e hanno davvero bisogno di qualcuno con cui parlarne. Quando ti trovi in quella situazione e tutte le persone che hai attorno hanno i tuoi stessi problemi, è impossibile ricevere aiuto. C’è bisogno di qualcuno al di fuori di quella realtà.”

Al di fuori di quella realtà, precisamente a Berlino, c’è un piccolo centro che nel corso dell’ultimo anno ha avviato due programmi per la formazione di consulenti psicosociali per offrire supporto terapeutico a rifugiati vulnerabili con sintomi di disturbo post traumatico da stress. Pochi, ma fondamentali, i requisiti per partecipare a questo programma: essere un rifugiato o migrante e avere una qualifica o esperienza professionale in campo sociale, medico, psicologico, educativo. Empatia, imprescindibile.

Ne ho parlato con Inge Missmahl, Psicoanalista, Fondatrice e Direttrice di Ipso Germany, l’organizzazione che gestisce il centro e che si occupa di fornire supporto e consulenza psicosociale. L’approccio si basa su precedenti esperienze già attivate in Sri Lanka, Haiti, Cina e infine Afghanistan, dove solo lo scorso anno, il personale formato da Ipso ha assistito più di 50.000 persone all’interno del sistema sanitario locale. In Germania i primi corsi di formazione si sono tenuti nelle città di Berlino ed Erfurt. Io sono stata ad uno degli incontri di supervisione di gruppo nel centro di Berlino.

“Un amico mi ha mandato la candidatura al programma via Whatsapp e ho pensato di iscrivermi. Per natura, ho sempre aiutato gli altri” racconta un uomo Siriano. Il passaparola è nato così, soprattutto tramite i social media, mentre poster e flyer sono stati diffusi in città e all’interno delle strutture che si sono occupate dell’accoglienza dei rifugiati.

“Mi piace ascoltare, ispiro fiducia, mi rendo conto di essere capace di mettere a proprio agio gli altri, quindi ho pensato di candidarmi. Del programma me ne ha parlato qualcuno al centro di accoglienza ed eccomi qui. Sai perché è davvero importante? Ci sono espressioni che vengono usate per esprimere come ci si sente, e queste espressioni hanno un preciso significato e cambiano da lingua a lingua, è importante che un rifugiato possa comunicare nella sua lingua ed essere compreso,” spiega un ragazzo Afgano.

Essere esposti ai traumi degli altri senza esserne influenzati richiede un certo equilbrio mentale. Molti, se non tutti, tra quelli che hanno partecipato al programma, sono stati testimoni di esperienze traumatiche ed è complesso individuare quale sia la parte più difficile da affrontare per loro, spiega la Dott.ssa Missmahl. Proprio per questo i primi tre mesi del programma prevedono un intenso lavoro di analisi, costante supervisione e riflessione su stessi.

“Qui impariamo a conoscere l’altro, il soggetto è sempre l’altra persona, mostrare all’altro ciò di cui è capace. Prima però devo accettare me stesso, solo così posso accettare gli altri, empatizzare, e infine aiutare.” E’ una questione identitaria, necessaria per l’integrazione. E' proprio questo, secondo la Dott.ssa Missmahl, il significato di integrazione: “Fornire agli individui gli strumenti per essere agenti della propria integrazione.”

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