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26 Novembre Nov 2016 1400 26 novembre 2016

Natural born artists: Hokusai, Hiroshige, Utamaro

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Upside down

‘The upside down’ è il termine che nella serie tv di fantascienza Stranger Things indica la dimensione che corre parallela alla nostra ma in una realtà opposta e ancora da studiare. ‘Hokusai, Hiroshige, Utamaro’, la mostra aperta a Palazzo Reale di Milano, è un buon modo per affacciarsi ad un vero upside down varato però nel mondo dell’arte.

Spieghiamoci: l’esposizione vede protagonisti i tre artisti nipponici più famosi in occidente, Katsushika Hokusai, Utagawa Hiroshige e Kitagawa Utamaro, tutti vissuti tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, il periodo che l’Europa ricorda per la nascita delle industrie, il romanticismo artistico-letterario e le sobrie parruccone incipriate. Avendo una minima conoscenza di questi elementi, parrucche comprese, si può tracciare una sottile linea di confronto tra due mentalità opposte non solo per l’aspetto geografico.

Spot the difference

Hokusai e Hiroshige sono professionisti nella rappresentazione dell’ambiente naturale. Ponti, cascate, animali e scene di vita quotidiana con una forte presenza dell’elemento paesaggistico sono tra le tematiche onnipresenti delle loro xilografie. Poche linee, pochi cromatismi, grande effetto finale: questa è la ricetta. Il percorso della mostra propone una progressiva immersione in un universo che vede nel naturale un elemento artistico totalizzante lasciando del tutto in ombra industrie, tecnologie, armi da fuoco che storicamente erano presenti in Giappone ancor prima di entrare in scena in occidente. La stessa presenza umana si integra creando un’armonia con l’ambiente circostante. Ne danno un esempio le opere che mostrano la preparazione del tè nelle case o i giovani lavoratori chini nelle risaie o intenti ad attraversare ponti surrealisti sospesi tra le nuvole. Sulla tela la vita dell’uomo ha lo stesso spazio della natura perché, come insegna l’estetica orientale, l’uomo fa parte di un processo circolare cosmico ma non ne è protagonista.

Enter the void

Al contrario un personaggio principale è il vuoto. In confronto alla pittura occidentale che per secoli è ruotata attorno all’horror vacui e all’idea che in un quadro gli spazi senza pittura ci stanno come i cavoli a merenda, nella mente dei tre artisti giapponesi il vuoto è visto invece come un protagonista. Spazi bianchi, assenza di pittura, contorni sfumati tanto da rendere difficile capire la differenza tra mare e cielo sono tra le costanti che più spesso entrano in scena. Vuoto inteso in una concezione di elemento che permette il pieno, in linea con un pensiero dinamico e travolgente che considera l’elemento naturale come architrave della sua forza. Lo si vede bene nella famosissima xilografia ‘La grande onda di Kanagawa’ contenuta nella serie ‘Trentasei vedute del monte Fuji’: un’onda enorme, due barche pronte per essere travolte e attorno il vuoto. Sono elementi diversi tra loro ma concorrono tutti a creare una sinfonia di emozioni in perfetto equilibrio. Alla luce di queste considerazioni non c’è da stupirsi se il più famoso simbolo di equilibrio, perfezione e armonia dinamica, il taijitu, l’unione di yin e yang, è stato concepito dal pensiero orientale.

Chiudendo la parentesi filosofica e tornando alla mostra, bisogna riconoscere che il percorso è stato strutturato secondo una logica che premia. Al centro dell’esposizione vi è il ciclo delle trentasei vedute del monte Fuji (a proposito, qualcuno si è ricordato de ‘La Cattedrale di Rouen’ di Monet?). Prima e dopo, decine di xilografie di Hokusai e Hiroshige. Per quanto riguarda Utamaro, artista della ritrattistica e della sensualità femminile, è visibile in una sala dedicata verso la fine della mostra.

Il giudizio sull’esposizione risulta in buona parte molto soggettivo e dipende anche dalla conoscenza/curiosità che il visitatore nutre verso una cultura completamente opposta alla propria. Le opere sono singolari, diverse, ‘strane’ come a volte si sente udire tra una sala e l’altra, ma proprio per questo e per un’apparente semplicità stilistico-tematica catturano l’attenzione. D’altronde non sono proprio le cose semplici e chiare ad essere le più efficaci?

Tommaso Chiodi

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