Flaneur

3 Dicembre Dic 2016 1415 03 dicembre 2016

L’UOMO CHE HA FATTO ENTRARE I GRAFFITI NELLE GALLERIE D’ARTE

  • ...

PIACERE, JEAN-MICHEL BASQUIAT

Tra graffitismo e fumetto. Tra stilizzazione ed espressionismo allucinato. Questo è Jean Michel Basquiat, l’artista a cui il museo Mudec di Milano ha deciso di dedicare una mostra che vuole ripercorrere le tappe salienti della sua produzione. Fino al 26 febbraio sarà possibile ammirare le opere di questo eterno ragazzo, cresciuto nella New York di strada degli anni ’70.

Genio, visionario, pazzo. In qualsiasi modo lo si voglia considerare, Basquiat è finito nel librone dei ‘club del 27’ perché in pochissimo tempo è riuscito a imporre la sua arte ad un mondo bianco e borghese che di street art non si era mai nutrito, uscendo poi di scena nel 1988 all’età di ventisette anni.

Senza fare concorrenza alle biografie di Wikipedia, bisogna dire che nella sua vita le esperienze non sono mancate. La famiglia di umili origini – padre di Haiti e madre immigrata portoricana – lo ha tenuto in casa fino ai diciassette anni, età in cui il giovane Basquiat decide di fare le valigie e andarsene a vivere la strada. SAMO è il suo nome e lo scrive non solo sui muri ma anche su porte, finestre e altri oggetti che trova abbandonati per strada. Da qui comincia la vita nei vari studi e l’importante rapporto con l’italiana Annina Nosei che provvederà ad organizzare le mostre più dell’artista.

POCO FUMO E TANTO ARROSTO

Per quanto le sue tele possano sembrare disordinate e confuse, Basquiat è stato un pittore tremendamente concreto. Tra i soggetti preferiti si annoverano i rumori, la strada e la vita nella metropoli che ‘fotografa’ allucinando le forme, unendo alla pittura la calligrafia e shackerando bene il tutto con una buona dose di ironia e cultura pop. Dare una presentazione dettagliata del suo stile è lavoro difficile anche per gli esperti. Forse perché si tratta di opere più facili da vedere e comprendere che descrivere a parole, forse perché il personaggio stesso dimostra dietro a un’apparente innocenza e semplicità un tormentoso quid che scorre dentro di sé.

Lo si coglie bene a metà mostra, quando non si può non fermarsi davanti ad uno schermo che proietta un’intervista allo stesso Basquiat. Un ragazzo riservato, brillante e se vogliamo un po’ ingenuo, è così che si presenta. Ama dipingere ascoltando musica o, più spesso, con la televisione accesa sui cartoni animati, elementi che riemergono spesso nelle sue opere.

‘NOTA BENE’

Evitando odiosi spoiler scaccia lettori, della mostra vanno ricordati altre due sezioni particolarmente underground che ‘accendono’ la sensibilità di uno spettatore. La prima vede protagonista una serie di piatti con dei disegni neri realizzati con evidenziatore. Da Michelangelo a Picasso, da Cezanne a Walt Disney: ogni piatto è l’illustrazione di uno stile contestualizzato al personaggio a cui si riferisce e declinato secondo i sentimenti che nutre Basquiat, ironia, ammirazione ed eccentricità.

La seconda parte che merita un ‘nota bene’ è l’area delle collaborazioni che l’artista ha svolto con altri pezzi da novanta di quegli anni, in primis Andy Warhol, uno dei suoi più cari amici. Le opere concepite sono un mix dei due stili. Nell’intervista veniamo informati che le sessioni di pittura cominciavano con Warhol che tracciava una linea iniziale e poi partiva l’alternanza tra i due, un po’ come succede nei duetti jazz, basati sull’improvvisazione e sul completamento reciproco, o nei combattimenti tra pugili.

Nello stereotipo più comune l’improvvisazione artistica è considerata come un sintomo di poche idee o come un azzardo, dal momento che non si può sapere quale sarà il risultato. Quello che si compie in compagnia di Basquiat è invece un percorso che vede nell’improvvisazione un’esperienza qualitativa, sfatando i miti dei vecchi manuali di storia dell’arte e mettendo lo spettatore davanti all’inedito. Enjoy!

Tommaso Chiodi

Correlati