Flaneur

11 Dicembre Dic 2017 0027 11 dicembre 2017

Timidezza

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Caro, caro blog.

Stasera ti lancio una grossa sfida, trovami qualcosa che sia più tenero della timidezza. E con timidezza non intendo banalmente il non parlare con le persone per strada o arrossire ogni tre per due, bensì un carattere che assomiglia a un disegno realizzato con i pastelli. Lo vedi chiaramente che è un disegno, che contiene una pluralità di colori, tuttavia le tinte sono sfumate, si vedono e non si vedono, magari si sfumano con il bianco della carta sottostante. Ecco, intendo questo tipo di caratteri.

È ascoltando il delicato pianoforte di Porcelain del buon Moby che ti racconto un po’ questo tipo di pastelli, o di persone, come preferisci chiamarle. La timidezza a cui mi riferivo all’inizio non è che una delle mille sfumature che compongono poi il quadretto finale, però allo stesso tempo è la parola che, ora come ora, mi pare riassuma meglio tutta una serie di altre caratteristiche che vanno a comporre poi il carattere del pastello in questione.

È la timidezza del fare un discorso a voce e con gli occhi gridare tutt’altro; la timidezza che si nasconde dietro a un “vorrei questo ma ho deciso di scegliere l’altro per mia pura costruzione mentale”; la timidezza del “lo faccio anche se ho paura ad affrontarlo perché come mi pongo dei limiti così, ad un certo punto della mia vita, decido anche di superarli”. Sono tutti pensieri che attraversano la mente in frazioni di secondo, granelli di sabbia che scorrono su infiniti altri granelli di sabbia: da un lato si accumulano formando una spiaggia, dall’altro però si rimmergono in mare. Chi lo sa se riemergeranno o no.

Quello che si sa è che la comunicazione è formata da un emittente e un ricevente, chi parla e chi ascolta e, si spera, risponda a sua volta. Ebbene se ho ‘descritto’ chi parla ora è il turno di chi riceve. Come già detto la tenerezza è la prima sensazione che si manifesta, in maniera più o meno inconscia. La tenerezza davanti all’ingenuità, al buon cuore, alla semplicità di un pensiero e allo stesso tempo alla sua complicatezza, l’ammirazione per l’architetto che lo ha progettato. In secondo luogo interviene la ragione, il comprendere e la realizzazione chiara e tonda di come dietro a quella che fino ad ora ho definito ‘timidezza’ vi risieda un ammasso pulsante di materia che vegeta in attesa di qualcosa che la estirpi o la faccia emergere o magari esplodere. Dipende ovviamente dalla tipologia di materia in questione, può essere più o meno piacevole. Non voglio avventurarmi in considerazioni dal tono scientifico ma dal significato fantascientifico. Mi piace immaginarmi come uno scavatore in grado di far emergere tutto questo in qualche determinato tipo di persona, quelle buone che vivono dentro a botti piccole. Lo step successivo è passare da scavatore a studioso, fare quell’upgrade che dà un quid in più. In concreto tutto ciò si traduce in saper interpretare una persona, arrivare alla materia pulsante e sapere se estirparla, farla esplodere o lasciarla lì. Questa volta ho usato davvero tante, forse fin troppe metafore.

Anche se amo parlare, che sia in radio o con persone che conosco a caso per strada, non mi reputo affatto un gran paroliere. Prova ne è, mio carissimo blog, che era un bel pezzo che non ti riprendevo in mano e oggi che ho deciso di scrivere probabilmente ho buttato giù una gran quantità di materiale fin troppo confusionario. Voglio pensare che quei giorni (in realtà erano sempre sere) in cui scrivevo una riflessione, fossero giorni particolarmente speciali per me, in cui dovevo ‘fermare’ per iscritto qualcosa che dalla mia memoria di pesce rosso non doveva fuggire. Ebbene oggi ho messo un altro tassello, ho sentito il bisogno fisiologico di raccontare questa tipologia umana che non si potrà mai riassumere in una paginetta word ascoltando Moby. Quello che ho fatto è solo lanciare un segnale, accendere il faro per quei naufraghi e dire “siete straordinari”.

Tommaso Chiodi

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