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15 Dicembre Dic 2017 0955 15 dicembre 2017

COUS COUS KLAN, SINERGIA DI CONTRASTI

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L’idea della massa di pellicce e cappotti che sotto la neve dicembrina si accalca per vedere la prima di uno spettacolo teatrale ha sempre avuto un che di suggestivo nel mio immaginario anche se, sarò sincero con chi legge, non sono un esperto o un gran conoscitore del teatro e della sua storia. I plot twist tuttavia mi sono sempre piaciuti pertanto martedì 12 dicembre su consiglio di una persona fidata e particolarmente sensibile al bello che la circonda, sono andato a vedere la prima di Cous Cous Klan all’Elfo Puccini di Milano. Si tratta di uno spettacolo partorito dalla Carrozzeria Orfeo, gruppo teatrale attivo da dieci anni e costituito da Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi e Luisa Supino che, oltre a curare regia e libretto dei propri show, si mettono le gambe in spalla e ne interpretano anche i personaggi.

Il mood ve lo fornisco in maniera un po’ cinematografica. Luci soffuse, inquadratura a volo d’uccello che dall’alto scende sullo scenario descritto e una voice-over dal timbro grave che vi legge le seguenti parole: “siamo in un mondo in cui l’acqua è stata privatizzata e il divario tra ricchi e poveri si è fatto sempre più evidente. Ci spostiamo ora in periferia e, per essere specifici, in un parcheggio di roulotte e macchine in cui il degrado regna sovrano”. Una prima idea ce la avete, manca la carne al fuoco: solo cinque personaggi, pochi ma buoni. Un prete nichilista e depresso, un sordomuto dalla dubbia eterosessualità, la sorella dei due a cui manca un occhio e abbondantemente fuori peso-forma, un musulmano che doveva diventare un terrorista ma ha preferito fare l’ambulante e, in ultimo, Nina, ragazza difficile da tenere a bada e un quasi deus ex machina all’interno della vicenda. Come vi dicevo però, non essendo per ora un tecnico o un grande conoscitore dell’ambiente teatrale quello che più mi ha incuriosito e spinto a vedere lo spettacolo è stato un plot che si sviluppa su una serie di alternanze: tragicità e ironia, riflessioni e scherni sui luoghi comuni, metafisica ed erotismo boccaccesco sono la costante dell’equazione.

Ma non di soli contrasti è fatto Cous Cous Klan. Per i personaggi presentati e la storia in sé sarebbe stato facilissimo scivolare nel moralismo e in una polemica sociale tendenzialmente stereotipata, che non aggiunge nulla al già visto e sentito quotidiani. Tuttavia ciò non accade. Se si ha la sensazione che qualcosa stia per cedere, prima ancora di poterlo realizzare lo spettacolo si risolleva estraendo un coniglio dal cappello, magari con il musulmano Mezzaluna che si fa un selfie in tenuta da kamikaze da mandare al padre o con l’apparecchio acustico del sordomuto Achille (ottimo Alessandro Tedeschi) che si scarica e lo lascia a guardare il vuoto senza capire più nulla o con Beatrice Schiros aka Olga, la sorella sovrappeso, che pur di avere un figlio da Mezzaluna si converte all’Islam e al burqa ma non smette di ‘indossare i pantaloni’ comandando a bacchetta il compagno. Alla fine si dimostra una storia sì di riscatto sociale, ma che lascia in bocca un sapore amaro, uno di quei gusti che il buon Morando Morandini avrebbe apprezzato con qualche bella stella nel suo dizionario dei film.

Non voglio tuttavia rovinare attraverso odiosi spoiler uno spettacolo che vale tutto il suo biglietto, sia per i personaggi, con personalità diverse e messi in scena in maniera completa, che per la scenografia di Maria Spazzi a base di roulotte e macchine abbandonate. Ciò che si può dire però è che il continuo mix tra ironia e riflessione alla fine ha strappato lacrime di gioia e commozione a più di qualche spettatore in sala. E quando all’uscita vedi quegli occhi un po’ disorientati ma affollati di sentimenti, pensierose sigarette che si accendono e un vociare continuo affacciarsi in Corso Buenos Aires, hai la certezza di aver centrato il bersaglio. Buona la prima Cous Cous Klan.

Tommaso Chiodi

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