Franco tiratore

5 Luglio Lug 2012 2102 05 luglio 2012

I tagli nella pubblica amministrazione non bastano, occorre cambiare le regole

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Sui tagli ai ministeri c'è una forte opposizione. E questo si sapeva. Così come era ampiamente previsto che i sindacati si mettessero di traverso. Che tuttavia i partiti, specie Pd e PDL, minacciassero e strepitassero tanto mi sembra fuori da ogni grazia di Dio.
Io non ho un'ostilità particolare verso i dipendenti pubblici. Nella mia carriera, nella mia esperienza umana, ne ho conosciuto tantissimi che si sobbarcavano non soltanto il proprio lavoro, ma anche quello di altri colleghi. Ho incontrato mamme che facevano i salti mortali per conciliare l'attività nelle strutture pubbliche e la cura dei figli. Ho apprezzato signore a pochi anni dalla pensione spendersi come ragazze giovani per ottenere risultati. Ma ho anche incontrato persone affette dal peggiore istinto parassita. Non lo ritenevo possibile ma, utilizzando una malattia presunta, con il beneplacito del dirigente, è possibile stare a casa dei mesi.
Direi quindi che nella pubblica amministrazione da tagliare ce n'è eccome, ma che occorrerebbe, una volta tanto, guardare al merito. Chi sostiene che giá la riforma Brunetta consente di farlo dice  qualcosa che è vera in linea teorica ma che non funziona all'atto pratico. Chi ha deciso, invece, che non si può in alcun modo misurare il rendimento di un dipendente, o è rimasto scottato da qualche spiacevole disservizio e generalizza o non ha interesse che la realtà cambi perché gli fa comodo così com'è. La realtà? Monitorare il rendimento dei singoli lavoratori non solo è indispensabile ma può essere anche assai poco invasivo.
Tralasciamo pure le soglie dei  tagli imposti dall'approccio, a dire il vero lineare, di Monti: il 20% per i dirigenti e il 10% per il resto del personale. Va considerato che una riorganizzazione dei Ministeri potrebbe contribuire a meglio razionalizzare le Direzioni Generali, riducendo qualche dirigenza di primo livello mantenuta in piedi solo per garantire l'incarico a qualche alto papavero. Anche per ciò che riguarda i dirigenti di seconda fascia va considerato che tra le loro fila sono annoverabili molti che sono stati assorbiti dall'esterno della pubblica amministrazione. A volte si tratta di persone competenti nel loro ambito, ma rappresentando, implicitamente, assunzioni di ordine politico, dovrebbero essere integrate nello spoil system o, comunque, dovrebbero essere più facilmente removibili.
Per ciò che concerne il personale non dirigenziale, va rimarcato che esso viene giudicato e premiato dai dirigenti. E non sempre questo avviene in modo equo, ossia esente da simpatie politiche o personali. Una pubblica amministrazione valutata per obiettivi è il fine a cui tendere. Sono molti gli strumenti da utilizzare: la valutazione degli utenti, il conseguimento di risultati prefissati e misurabili, l'utilizzo di incentivi basati su criteri oggettivi. Non si tratta di novità e se ne parla dagli anni '90. Eppure ogni riforma epocale ha portato a risultati insoddisfacenti.
La realtà è che occorrerebbe nella pubblica amministrazione un massiccio rinnovamento del personale ad ogni ordine e grado, ma soprattutto nelle dirigenze. Oggigiorno si privilegia l'esperienza alla competenza e alla creatività. Si è andata ad instaurare e a radicare un'aristocrazia burocratica che si oppone alle innovazioni più rilevanti e risponde in modo poco elastico all'indirizzo politico.
L'equilibrio tra un direttore generale completamente asservito al ministro e uno che si sente esso stesso ministro è complicato da raggiungere. Ma insistere a dichiarare che le riforme Bassanini, nello staccare il vertice amministrativo da quello politico, sono state un successo, è francamente un'esagerazione.

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