Fuori dall’ Italia

7 Marzo Mar 2016 1133 07 marzo 2016

Cooperanti italiani in Palestina

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Come avevo premesso nel presentare il mio blog, vorrei parlare delle realtà che gli italiani vivono non solo in Italia, ma anche all’estero e lo faccio partendo da uno di quei posti, anzi avamposti che sono le zone di guerra. Vorrei cominciare da un luogo storicamente e perpetuamente in conflitto: i territori occupati della Palestina. Da Gaza dopo il 2014 i nostri connazionali sono andati via, rimangono gli abitanti e i cooperatori locali coadiuvati dall’Italia, come la Ong Oxfam, il cui lavoro si concentra su sviluppo agricolo, emergenza, salute, istruzione, protezione dei civili e diritti delle donne. Sostengono le cooperative di donne produttrici di olive, perché migliorino la qualità del loro olio e possano ampliare i canali di vendita a nuovi mercati. Lavorano inoltre con le organizzazioni per i diritti umani che promuovono i diritti civili e politici e si adoperano per porre fine alle politiche che causano povertà. Non molti sanno che la Palestina è una delle zone al mondo più frequentata dalle Ong internazionali, decine di progetti umanitari si articolano e dall’Italia ogni anno centinaia di giovani vanno a lavorare nel settore umanitario o dello sviluppo in Cisgiordania. Al momento sono in corso 15 iniziative promosse da 17 ONG italiane presenti in Palestina, da chi sono rappresentate, chi sono? Missionari, sognatori, attivisti, chi cerca lavoro, giovani demotivati che cercano nuove strade di realizzazione? Un po’ di tutto, i motivi che li conducono in quella terra sono molteplici, in ogni caso è un’ esperienza che porta ad ognuno di loro un cambiamento. Vengono chiamati gli internazionali e vivono diversamente dai palestinesi, nel senso che godono della libertà di spostamento, cosa che alla popolazione locale è negata, basti pensare che i palestinesi per andare al mare devono andare in Turchia nonostante il mare l’abbiano vicino. Generalmente sono legati ai progetti di cooperazione internazionale, come per esempio Operazione Colomba, di cui fanno parte anche stagisti universitari, un nuovo settore occupazionale, un’opportunità di lavoro il cosiddetto terzo settore. Ma si tratta di una sfida perché parliamo della Palestina. Li accomuna la voglia di fare di più, e nonostante gli sforzi sperano di cambiare le cose, come quando un asilo finanziato dalla comunità europea e costato all’Italia 500,000 euro è stato raso al suolo dai carri armati israeliani, ricostruito sempre con i fondi europei e per la seconda volta raso al suolo. Si muovono tra Hebron e la Cisgiordania, i più risiedono a Ramallah. Inevitabilmente la loro vita si incrocia con quella dei palestinesi. Dalle testimonianze si evince che le difficoltà di chi vive lontano non sono poche, tra cui il rischio di diventare stranieri in terra propria, ovvero in Italia e, le radici per i cooperanti sono importanti. Stanno giusto il tempo per la realizzazione di un progetto, poi vanno via, ma qualcosa li riporta li, si innamorano della gente, dell’accoglienza. Nella vita di ogni giorno diventano ambasciatori del nostro paese. Marco Veber è ingegnere ambientale di Bolzano ed è Project Manager di Cesvi a Hebron, la Ong si occupa principalmente dei problemi idrici, igienico-ambientali, gestione e riciclo rifiuti, un problema rilevante in quanto le condizioni di vita della popolazione sono a rischio di sfollamento. La sua testimonianza fa comprendere le difficoltà di lavorare: “la maggior difficoltà che si incontra lavorando in un Paese come questo è rappresentata dalla discontinuità delle condizioni di sicurezza, dovuta alle tensioni tra la popolazione palestinese, gli abitanti delle colonie isreliane e l'esercito israeliano. Non è raro riscontrare difficoltà di movimento sul territorio, così come, a causa delle frequenti tensioni, ci capita di dover affrontare il rischio di sequestro dei materiali o dei macchinari da costruzione con annessi ordini di blocco dei lavori per motivi di sicurezza, fino ad arrivare ad eventuali ordini di demolizione di strutture già ultimate”. “L'accesso all'acqua viene migliorato, grazie al nostro lavoro in diversi modi: costruendo cisterne per la raccolta di acqua piovana, migliorando le infrastrutture stradali periferiche -in modo da facilitare l'accesso di autobotti per il rifornimento- ed estendendo l'acquedotto esistente per collegarlo alle abitazioni. Queste attività contribuiranno al miglioramento delle condizioni di vita di oltre 2700 persone”.
E i palestinesi cosa pensano? “Sperano che qualcosa cambi”.