Fuori dall’ Italia

18 Marzo Mar 2016 1540 18 marzo 2016

Difende i collaboratori di giustizia

  • ...

Il 21 marzo è la giornata contro le mafie. La lotta, quella vera cominciava l’anno in cui Giovanni Falcone scoperchiava quel calderone che era la MAFIA, grazie al collaboratore Buscetta si apriva una nuova stagione che avrebbe portato -è vero si- alle stragi, ma anche a quelle verità rimaste sepolte fino a quel momento.
Ho voluto per l’occasione intervistare l’Avvocato CIVITA DI RUSSO, la quale vanta il primato di essere la prima donna avvocato che ha difeso i collaboratori di giustizia. Una “tosta” che davanti al primo collaboratore non si è tirata indietro neanche quando l’ha chiamata “fimmina”. L’ho intervistata per capire meglio il suo lavoro, come lo vive, quale cammino l’ha portata in quella direzione. Un breve viaggio da chi vive queste storie di vita da un punto di vista diverso.
Civita per Lei intraprendere questa strada è stata una vocazione o un caso?
Fare l’avvocato penalista è stata una vocazione! Fin da quando ero bambina, all’età di 8 anni vedevo i film di Perry Mason, mi affascinava, era una sogno. Quando ho cominciato la professione non mi conosceva nessuno e mi ero resa disponibile alla difesa d’ufficio, fui chiamata per difendere un collaboratore che aveva operato a Gela e il cui processo si teneva a Rebibbia.
Conobbi un PM della Procura Distrettuale Antimafia di Caltanissetta il Dott. Kessler, dopo la morte dei Giudici Falcone e Borsellino aveva avuto il coraggio di trasferirsi da Trento per andare in Sicilia. Quando mi chiamarono accettai, penso anche che non volesse farlo nessuno perché ovviamente avevano paura. Quando incontrai il cliente mi contestò e mi chiamò “fimmina” poi riuscii a convincerlo della mia professionalità e da allora non mi hanno più “mollata”.

Come è il rapporto con un collaboratore?
È un rapporto molto particolare, si diventa il punto di riferimento più importante, a volte l’unico. Sono vite che da una parte si sgretolano per poi ricostruire. Spesso hanno le famiglie contro e bisogna risolvere problemi di ogni tipo. Ma soprattutto la fiducia è totalmente fondamentale, divento la depositaria delle loro vicende più intime, conosco la loro umanità fino in fondo nel bene e nel male.
Collaboratori o pentiti come è più corretto definirli?
Collaboratori! La legge non fa la morale a nessuno. La legge paga un prezzo per conoscere i fatti. La valenza dei fatti e delle dichiarazioni deve far fronte a un processo. Molti decidono di mettersi da parte dello Stato per offrire alla famiglia e ai figli un futuro diverso, nuove opportunità di vita, lontano dai luoghi del dolo. Per qualcuno la vita nuova passa anche per un pentimento vero rispetto alle azioni nefaste compiute. Più o meno il disvalore delle azioni passate lo riconoscono tutti.
Che differenza c’è tra i collaboratori di mafia e di camorra?
Vengono da culture profondamente diverse, anche se si esprimono al sud. Il pentito del clan camorristico agisce di pancia, è chiassoso, può cambiare facilmente avvocato, è popolano. Il siciliano prima di collaborare ci pensa molto, moltissimo, incontra difficoltà a far cadere i muri e una volta stabilita la fiducia non cambia più il legale.
Perché ci sono meno collaboratori della n’drangheta?
Perché le n’drine sono strettamente legate alla famiglia, collaborare significa denunciare i parenti stretti, fratelli, zii, cognati…! Ed è estremamente difficile anche a causa della chiusura ambientale netta in cui la loro vita si svolge.
Le capita mai di giudicare o riesce ad essere sempre distante?
Il mio compito è di difendere, non di giudicare. Solo una volta ho rinunciato ad un mandato, un collaboratore aveva commesso un delitto così efferato che non potevo andare contro me stessa. Quello che mi interessa è capire se per queste persone è possibile una vita diversa, soprattutto per i figli. A quel punto attraverso il mio lavoro è possibile offrire un’opportunità che altrimenti non avrebbero mai avuto se avessero continuato a vivere nei luoghi di origine. È una visione più ampia della vita possibile solo se si pensa ai tanti minori che delinquono e non hanno difficoltà a fare scelte diverse.