Fuori dall’ Italia

6 Aprile Apr 2016 1550 06 aprile 2016

Panama Papers? La GDF di Torino è arrivata prima

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La GDF di Torino era già a conoscenza della situazione di esportazione di denaro, ed esplosa in seguito allo scandalo “Panama Papers” a causa della presenza di 214.000 società schermo curate dallo studio “MOSSACK & FONSECA” di Panama. Infatti la delega al Nucleo Polizia Tributaria Torino da parte della Procura della Repubblica del capoluogo piemontese, si inserisce nell’ambito di indagini già avviate nel corso del 2015 per il reato di riciclaggio.
LE INDAGINI. Il 22 marzo scorso è passata quasi inosservata la notizia che la polizia tributaria di Torino aveva proceduto alla perquisizione domiciliare di un consulente finanziario, promotore per conto della HSBC -filiale di Lugano- il quale, in concorso con altri e privo dell’abilitazione all’esercizio di attività finanziarie in Italia, avrebbe svolto, abusivamente, l’attività di raccolta del risparmio tra il pubblico in Italia e promosso operazioni finanziarie per conto e nell’interesse della HSBC PRIVATE BANK S.A, con il principale scopo di garantire ai propri clienti di rendere difficilmente tracciabili somme di denaro provenienti da frodi fiscali. Per le quali era stata acquisita mediante una rogatoria internazionale una lista “ Falciani 2”. Al momento, dagli approfondimenti rilevati erano stati individuati 12 consulenti finanziari, i quali erano totalmente privi dell’abilitazione all’esercizio di attività finanziarie in Italia. I finti consulenti si recavano in 29 diverse città italiane (tra cui, in particolare, Milano, Varese, Brescia, Torino, Trento, Genova e Roma), dove avevano circa 200 incontri presso le abitazioni, gli uffici e le aziende di risparmiatori italiani.
I CONTROLLI. I dati acquisiti sono stati ricavati dall’esame delle decine di migliaia di “visiting reports” che costituiscono parte integrante della lista: si tratta di strumenti di comunicazione interna alla banca, redatti nella forma di rapporti sintetici, in ottemperanza alle raccomandazioni del Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria, allo scopo di lasciare una traccia delle conversazioni tra i clienti e gli istituti bancari, nei quali erano riportati, tra l’altro, un codice di sei cifre utilizzato per riconoscere il conto bancario, il nominativo del Relation Manager, dipendente della Banca, a cui era affidata la gestione del conto, nonché il rapporto con il cliente, la data dell’incontro, la tipologia di contatto e, in ultimo, l’oggetto del colloquio.
LE INFORMAZIONI. Proprio da queste informazioni è stato possibile ricostruire il modus operandi dei falsi promotori. I quali dopo aver raccolto dai clienti nostrani le somme si suppone frutto di evasione fiscale, le depositavano su conti correnti anonimi presso la filiale di banca HSBC e, successivamente, mediante trasferimento e reintestazione di tali somme a favore di società offshore con sedi in paradisi fiscali (PANAMA, LUSSEMBURGO, LIECHTENSTEIN E ISOLE VERGINI BRITANNICHE), dove le ingenti somme di capitale venivano sostituite e trasferite, in modo da ostacolarne l’individuazione della provenienza quasi sicuramente illecita.
IL RICICLAGGIO. La più che dubbia condotta, oltre a rendere difficile l’accertamento delle origini delle somme di denaro trasferite all’estero, consentiva, di eludere la normativa comunitaria che ha introdotto, con la direttiva n. 2003/48/CE del 3 giugno 2003, la tassazione del risparmio transfrontaliero (European savings directive), prevedendo l’applicazione di una ritenuta alla fonte, operata dalla banca, sugli interessi pagati ai clienti (persone fisiche) non residenti nel Paese nel quale sono depositati i fondi. Infatti, attraverso la costituzione di una società “scudo”, di proprietà del titolare del conto e nell’ambito della quale dovevano essere trasferiti i capitali detenuti all’estero, i guadagni degli investimenti finanziari sarebbero risultati di competenza della stessa e, quindi, esclusi dall’ambito di applicazione della normativa inerente al pagamento della ritenuta europea.