Fuori dall’ Italia

14 Aprile Apr 2016 1318 14 aprile 2016

Il paradosso della crisi economica: il latte italiano viene buttato

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Il settore allevatori in rivolta! Dopo la fine della distribuzione delle quote latte, le aziende che hanno chiuso ammontano a 1500. Un bene prezioso che viene buttato, esattamente come accade per arance e limoni. Un intero settore economico in crisi per cui gli allevatori hanno dato voce al disagio nella piazza di Udine.
I DATI. Ma veniamo ai dati, l’Italia produce più o meno 110 milioni di quintali di latte che vanno a coprire il fabbisogno nazionale, a questo si aggiunge la quota di 85 milioni di quintali che provengono dall’estero in particolare dai paesi dell’est. Le stalle da latte sono circa 35000 e circa 150000 famiglie lavorano nel settore.
A causa della liberalizzazione delle quote che da una parte inibivano la produzione, ma dall’altra regolamentavano un sistema di compra vendita più o meno in equilibrio, le aziende si sono fortemente indebitate e sovraesposte con le banche. Ma la responsabilità non la si può del tutto addebitare a cause esterne, perché se ben ricordiamo quando ogni paese dovette dichiarare le quote di produzione l’Italia commise l’errore di dichiarare minore produzione di quanto fosse nella realtà. Comportamento che è costato caro per le continue procedure di infrazione. Tornando ad oggi sono moltissime le aziende che stanno intaccando il capitale. Ogni giorno qualche azienda chiude ed è una situazione insostenibile. Ai produttori viene riconosciuto un prezzo al litro che oscilla tra 30 e 36 centesimi e varia secondo la politica regionale, ma spesso viene venduto sotto costo anche a 22 centesimi quando il costo effettivo di produzione è di 48 centesimi. È evidente che i conti non tornano quando il latte lo si acquista, visto che negli scaffali il prezzo del latte fresco si aggira intorno ai due euro o poco meno. Il motivo o scusante che dir si voglia è che i costi di filiera incidono sui costi di produzione, la differenza tra il costo del latte e quanto effettivamente viene pagato dal consumatore evidenzia una discrepanza notevole. Con le quote non più protette e il libero mercato è conseguenza che il latte italiano pur essendo di qualità perde potere d’acquisto rispetto ad un prodotto meno costoso.
LE CONSEGUENZE PER I CONSUMATORI. Ma quali sono i “danni” per i consumatori? Tanti, molti sotto varie tipologie. Prima di tutto lo spreco incide sul fattore economico, inoltre del latte importato non c’è tracciabilità alcuna, viene tagliato -come si fa con il vino- con il prodotto italiano, per cui la qualità e la freschezza vengono fortemente inficiate. Considerando il fattore salute oltre che il palato, ci sarebbero delle riflessioni che il consumatore dovrebbe fare prima di acquistare un prodotto di cui si può dubitare. Le importazioni di cagliate e dei semilavorati provengono dai paesi baltici, arrivano già impacchettati -se importa circa un milione di quintali- vengono utilizzati per fare formaggi e latticini freschi, ma che non hanno nessuna caratteristica del fresco, in quanto questi prodotti vengono rivitalizzati con acqua e un po’ di latte fresco. Ma sulle nostre tavole cosa arriva? Arriva di tutto, fortunatamente abbiamo un buon sistema di controllo. Arriva in tavola ciò che non può essere fresco. Non c’è una etichettatura sulla provenienza del latte fresco, al proposito i produttori italiani chiedono all’Europa di attenzionare le etichette, a tutela di eccellenze nostrane come il parmigiano e il gorgonzola per fare un esempio, formaggi che vengono prodotti con latte fresco. Garantendo le etichette, viene garantita la freschezza in quanto il latte è prodotto sul territorio nazionale e quindi non importato e conservato per poi essere trasportato per giorni interi in condizioni igieniche spesso deprecabili. Un prodotto sottocosto non garantisce qualità, che va tutelata, visto che il nostro cibo viene anche impunemente imitato. Nonostante il governo stia andando incontro agli allevatori la moratoria non basta, soprattutto nel lungo termine. Da italiani dovremmo difendere la nostra economia e se una mozzarella la propongono a 50 centesimi non può trattarsi di mozzarella.