Fuori dall’ Italia

25 Maggio Mag 2016 1256 25 maggio 2016

Job act? Il prologo o la fine di uno spettacolo?

  • ...

Quando Matteo Renzi presentò in pompa magna il Job Act parlò di “giornata storica” con tono di voce sicuro, atteggiato a salvatore della patria diceva: 'Nello stesso momento in cui noi rottamiamo e superiamo un certo modello di diritto del lavoro, allo stesso modo superiamo i co.co.co. e i co.co.pro. Per la prima volta c'è una generazione che può vedere la politica far la guerra non ai precari ma al precariato. Una generazione vede finalmente riconosciuto il proprio diritto ad avere tutele maggiori. Parole come mutuo, ferie, buonuscita, diritti entrano nel vocabolario di una generazione fino ad ora esclusa'.
Da quando è entrata in vigore la riforma tutto è successo tranne produrre l’occupazione promessa. I ricercatori del progetto Isi Growth finanziato dall’Unione Europea lanciarono un dato allarmante, il lieve incremento dell’occupazione è costituito per la maggior parte da contratti a tempo determinato, i rapporti di lavoro stabili sono rappresentati solo dal 16%. Attualmente l’occupazione permanente resta aria fritta.
Secondo i dati Eurostat il flusso del mercato del lavoro circa il 35% sta transitando dalla disoccupazione all’inattività, mentre il passaggio verso l’occupazione si attesta al 16% al di sotto della media europea. Chi il lavoro lo ha perso prova a cercarlo, gli inattivi non ci provano neppure, scoraggiati dalle difficoltà. Con questi dati alla mano la lotta al precariato può dichiararsi fallita. Un altro dato da non sottovalutare è che il 64% circa dei contratti part-time nel secondo semestre 2015 sono stati involontari, ovvero forzati da parte di chi assume. Il tasso di disoccupazione giovanile al 37,9% è il tasso più basso degli ultimi tre anni, ma rimane pur sempre alto se confrontiamo la media europea. Il dato resta comunque molto superiore al periodo pre crisi nel 2007 quando era al 22%. Vediamo da vicino la generazione di cui Matteo Renzi fa menzione, visto che non viene definita esattamente l’età.
L’Italia è un paese in cui a 50 anni ti dicono che sei giovane, ma non abbastanza per avere agevolazioni, a quarant’anni stai ancora facendo la gavetta e a trenta non hai sufficiente esperienza se poi hai esperienza a quel punto ti dicono che ne hai troppa e preoccupi. L’asse portante delle politiche attive dovrebbero essere i servizi per l’impiego, ma il problema è che in Italia c’è una bassa copertura sul territorio e questo si tramuta in bassa qualità e scarsi investimenti. Trovare lavoro diventa un lavoro. E i giovani chi sono? Probabilmente Renzi intende quella galassia variegata di ragazzi che non lavorano e non studiano e rappresentano circa 2 milioni e mezzo della popolazione cioè il 21% della popolazione nazionale nella fascia d’età compresa dai 15 ai 29 anni, e non fanno nulla. Li chiamano NEET. L’indagine WeWorld 2015 ci assegna il deplorevole primato di paese che ne possiede il numero più elevato insieme alla Grecia. Purtroppo è il sud a detenere questo non ambito premio, sono il 35% e la maggior parte sono donne. Il fenomeno è rappresentato anche dalla falla non rattoppata della dispersione scolastica, circa il 15 % degli studenti lascia la scuola, ma in questa categoria non privilegiata si affiliano anche coloro che svolgono un’attività non consona al percorso formativo intrapreso. Per loro il governo ha stabilito il programma di garanzia giovani che anche in questo caso ha registrato un abuso di assunzioni.
L’investimento per chi assume e la defiscalizzazione promessa alle imprese è il cerotto che copre la ferita, ma non la rimargina. Senza una vera politica industriale e lo snellimento della burocrazia per aprire un’impresa insieme con la vera ripresa delle grandi opere pubbliche, il tessuto delle imprese rimaste sul territorio farà fatica ad assorbire la costante richiesta di lavoro; non solo non aumenterà il reddito, ma le imprese continueranno a non investire in ricerca, sviluppo e rinnovo degli impianti e innovazioni. Quindi ne consegue che non ci sarà produttività lavoro. Altro strumento di liberalizzazione dei contratti sono stati i “famigerati voucher” già il presidente dell’Inps Tito Boeri criticò questo strumento di pagamento ad ore, denunciando il rischio di una nuova frontiera del precariato e mettendo in evidenza il chiaroscuro del lavoro sommerso, altra piaga afflittiva di questo Paese. Nel 2015 ne sono stati venduti 115.079.713, ma occorre considerare che l’andamento è legato alla stagionalità del lavoro. Nel primo trimestre 2016 ne sono stati venduti 25.741.185.
Un altro aspetto insondabile dell’effetto Job Act è legato all’incertezza del lavoro a tempo indeterminato, e ci vorrà tempo per comprenderne la stabilità, infatti sempre nel 2015 contratti di questo tipo sono cessati in numero maggiore rispetto al 2014. Senza riflettere che dietro questi numeri ci sono persone, individui e famiglie a cui le casistiche e le promesse non interessano molto, che il lavoro è un diritto e non una concessione, chi cerca lavoro sembra un appestato che chiede elemosina.
La disoccupazione è fattore discriminante che etichetta una persona e la priva della dignità di essere umano che collabora con la società in cui vive. A causa della prolungata disoccupazione sono aumentati drasticamente i numeri delle depressioni e di ricorso ai farmaci per non parlare dei casi che sfociano in follia contro se stessi e gli altri. Occorre una politica sensata, vera, basata sulle idee di apertura e non di rattoppi messi qua e la di dati che vengono gonfiati e poi smentiti. C’è bisogno di serietà, di verità nel coltivare il bene comune, gli italiani quelli onesti se lo meritano!