Glam of Com

10 Gennaio Gen 2015 1447 10 gennaio 2015

Giornalisti? No, non siamo tutti Charlie

  • ...

Oggi tutti dichiarano di essere Charlie Hebdo. Quasi fosse questa la vera prova di coraggio. Dopo l'attentato terroristico dello scorso 7 gennaio, pare in nome di Allah, in cui sono stati uccisi il direttore e tre vignettisti della rivista settimanale francese satirica, il mondo della stampa si dichiara vicino e solidale alle vittime. Giustamente. Ma tutti si sentono Charlie. Ingiustamente.

Il settimanale, già in passato aveva ricevuto minacce ed intimidazioni per aver pubblicato vignette satiriche a proposito di Maometto e dell'Islam, ma il direttore Stéphane Charbonnier, 47 anni, aveva detto:

'Non ho paura delle rappresaglie. Non ho figli, non ho una moglie, non ho un’auto, non ho debiti. Forse potrà suonare un po’ pomposo, ma preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio.'

Non siamo tutti eroi, non è facile. Non è facile mettere a rischio la propria vita per difendere la libertà di stampa e di espressione. Ma quanti giornalisti, in Italia, sarebbero disposti rischiare il posto, o un taglio dello stipendio (quei pochi che ancora ce l'hanno), a ribellarsi nel veder censurate parti di un articolo su cui si è lavorato tanto, 'perché quella cosa non si può dire', 'perché quel tale si potrebbe arrabbiare'?

Non sono tanti. Ve lo assicuro. Allora adesso non dite che siamo tutti Charlie.

Se fossimo stati tutti Charlie, l'Italia non avrebbe, ancora oggi, un sistema dell'informazione nelle mani della politica, degli editori alleati a questo o quel partito politico. O comunque le cose sarebbero andate migliorando con gli anni, e non peggiorando.

Se fossimo stati tutti Charlie, tanti più giornalisti, oggi, sarebbero disoccupati. Diciamoci la verità.

Se fossimo stati tutti Charlie, avremmo raccontato tante verità che per anni sono state taciute, per volontà di chi paga i giornalisti, e per vigliaccheria dei giornalisti che hanno accettato di fare il gioco del potere. E forse, oggi, i cittadini saprebbero tante più cose che li riguardano e che avrebbero il sacrosanto diritto di sapere.

Se fossimo stati tutti Charlie, ci saremmo indignati e ribellati quando Silvio Berlusconi, nel 1994, cacciò Indro Montanelli dalla direzione de Il Giornale, che lui stesso aveva creato. Montanelli metteva al primo posto il diritto di tutti di conoscere la verità, e lottò per quel diritto e per poter dire quelle verità, anche se scomode al suo editore. E non si tirò mai indietro. Mai, fino alla fine.

Se fossimo stati tutti Charlie, avremmo reagito con più rabbia e indignazione, nel 2012, di fronte al famoso Editto Bulgaro che volle fuori dalla RAI il comico Daniele Luttazzi, e i giornalisti Michele Santoro ed Enzo Biagi. 'Hanno fatto un uso criminoso della Tv pubblica'- dichiarò Silvio Berlusconi. Ma avevano soltanto fatto il loro lavoro, né più né meno. E tutti quelli che oggi si dichiarano Charlie, restarono a guardare, in silenzio, per mantenere intatto e protetto il loro bel posticino, zitti e piegati, come se la cosa non li riguardasse affatto.

Se fossimo stati tutti Charlie, oggi saremmo informati da molti più 'Travaglio' e molte meno 'Barbara D'Urso'. Da molti più giornalisti veri e onesti, di quelli che sanno quello che fanno, e da molti meno finti professionisti che sanno solo quello che 'devono' fare.

Charlie sono i giornalisti con la G maiuscola e la passione intatta, che hanno pagato, non per forza con la vita, ma magari con il licenziamento, per aver difeso la libertà di stampa, la libertà di poter svolgere il proprio lavoro con professionalità ed onestà intellettuale.

Charlie sono i tanti giovani che intraprendono questa professione con entusiasmo e fiducia, e che trovano il coraggio di ribellarsi quando gli viene chiesto di 'giocare sporco'. Che spesso vanno via con le loro gambe, ancora prima di essere cacciati perché vorrebbero solo poter fare i giornalisti.

Charlie sono quelli che, pur di svolgere la professione con dignità, creano un proprio spazio libero sul web, un blog, dove nessuno possa imporgli linee 'fin troppo' editoriali. Il più delle volte lo fanno gratis. Ma con dignità. Appunto.

Charlie sono i direttori che credono ancora nella professione, che vogliono difendere i talenti e i meritevoli che lavorano nelle loro redazioni. E che per farlo rischiano il lavoro andando in lotta con l'editore.

Charlie sono i giornalisti che non accettano di lavorare per 200 euro al mese, o peggio, per 2 euro a pezzo, o peggio ancora, per 0.2 centesimi a battuta. E che, di fronte a queste proposte, hanno il coraggio di denunciare 'l'illuminato ladro di lavoro e dignità' facendo nome e cognome. E non senza conseguenze.

Charlie sono i colleghi che hanno raccontato e che raccontano i fatti più delicati, i più 'rischiosi', pur sapendo che dovranno passare il resto della loro vita sotto scorta. E che pur di raccontarlo scrivono libri, perché spesso accade che nessun giornale voglia 'correre il rischio'. Libri pieni zeppi di notizie preziose e fondamentali per l'opinione pubblica, ma che tanti di quelli che oggi si dichiarano Charlie, non hanno nemmeno mai avuto il coraggio di leggere.

Allora onore alle vittime di Charlie Hebdo. Al direttore Charb che in un'intervista del 2012 dichiarò:

'Credere alla paura significa rinunciare alla libertà'.

Onore a chi ogni giorno, tra mille difficoltà, svolge il mestiere 'più bello del mondo' senza dimenticare il suo dovere: difendere il diritto dei cittadini di essere informati, la libertà di stampa, la libertà di pensiero, la libertà dei lettori di crearsi una opinione. Difendere tutto questo, e a tutti i costi.

Onore a chi oggi, può dichiarare, a testa alta: 'Anche io sono Charlie'.

A tutti gli altri. No.