Glam of Com

3 Agosto Ago 2017 1009 03 agosto 2017

Il blog è lo strumento, non il mestiere.

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Il web, in particolare i blog e i social network, hanno stravolto i paradigmi di tanti mestieri, di interazioni tra persone e comportamenti individuali. Questo ormai è chiaro.

Rappresentano la possibilità di conoscere tante verità, di curiosare, di scoprire, di esprimersi. E anche questo, senza voler entrare troppo nelle implicazioni psicosociali, politiche e sociologiche della questione, sembra ormai chiaro.

È però altrettanto evidente un fattore non di poco conto, che sta cambiando, stravolgendo, per sempre, i metodi e le figure che ruotano attorno al mondo dell’informazione e della comunicazione.

Non che finora questi settori si siano sempre distinti per rispetto delle norme deontologiche, o per professionalità e serietà. Ma la rete, se da un lato sta contribuendo ad aprire tante più finestrelle sulle verità, sulla conoscenza, e quindi dentro le coscienze, è altrettanto vero che sta confondendo ruoli, meriti, competenze e professionalità.

Tutto amalgamato in questo labirinto infinito, senza norme e senza confini, senza punti di riferimento e senza step da superare, con le proprie capacità, per guadagnarsi la meritata credibilità.

In realtà un gradino da superare, per essere presi in considerazione nel mondo senza limiti del web, pare ci sia, e sono i followers. Che siano fake, comprati per quattro spiccioli o amici che mettono il like per farti un favore, non conta.

L’importante è averne il più possibile per essere definiti “influencer”, giornalisti, “esperti di…”. Insomma, per inventare attorno al proprio personaggio un ruolo, un mestiere, una professione, in nome del numero di followers che compaiono sulla propria pagina Facebook, sull’account Instagram o sul blog.

Ma fermiamoci un attimo. Può mai essere possibile che chiunque decida di aprire, in non più di cinque minuti contati, un account blog (users, password e un template dallo stile più o meno accattivante) per parlare di qualsiasi cosa voglia, diventi un esperto, un critico delle questioni di cui scrive (o di cui prova a scrivere), una persona da cui prendere spunti?

Certo che no, non raccontiamocela più. I blog sono uno “strumento”, e possono diventare mezzo di comunicazione professionale se chi lo gestisce è un professionista della comunicazione, come possono diventare uno strumento di informazione se chi lo gestisce è un professionista dell'informazione.

E una persona non diventa esperta di moda o di motori o di arte se apre un blog e condivide le sue foto con le nuove Miu Miu, o con la sua adorata Harley Davidson, o se racconta il suo rispettabilissimo giudizio sulla mostra d’arte moderna visitata il giorno prima nella sua città. No.

Questo è condividere una passione, così come si farebbe raccontandosela con gli amici o le amiche attorno al tavolo di un bar durante un aperitivo.

Il blog diventa un mezzo di comunicazione valido e credibile se i contenuti condivisi si possono considerare validi e credibili. Come? Sulla base delle competenze, degli studi, delle esperienze dell’autore del blog.

E poi diamoci un taglio con questa storia dei tre mesi di corsi di cultura della moda, due mesi di accademie varie di editoria e scrittura web, e poi ancora due giorni per imparare a fare i copywriter, e una settimana per diventare bravi social media manager, e un libro guida su "come imparare il mestiere del blogger". Smettiamola di prenderci in giro.

Il mestiere dell’informazione ha un nome, e si chiama giornalismo. Si studiano le tecniche, le regole, le leggi, la deontologia. Poi si fanno anni di gavetta, si ruota su tutti i colori della cronaca, si fanno i giri di nera, si impara a fare i titoli (e quante prove prima che ne venga uno decente) e poi si passa all’esame dell’Ordine per l’iscrizione all’albo. E si diventa giornalisti.

Se a questo aggiungiamo il talento per la scrittura, l’empatia, la curiosità, il fiuto della notizia, la capacità di analisi lucida del fatto, l’onestà intellettuale e l’integrità morale, allora diventiamo anche dei bravi giornalisti. Che non è scontato e nemmeno tanto usuale.

Anche il mestiere della comunicazione ha finalmente un nome, e si chiama professionista, consulente, dottore della comunicazione. E anche questo, come il giornalismo, si studia all’università. Non a caso esistono facoltà dedicate interamente alla materia, non corsi di tre mesi con titoli dai paroloni ad effetto. No.

La comunicazione è una scienza. Bisogna studiare psicologia della comunicazione, sociologia della comunicazione, filosofia, semiotica, linguistica, letteratura, i linguaggi adeguati ad ogni media. E poi via via nello specifico, in base al settore della comunicazione che più ci interessa e che si decide di approfondire. Alla fine dei cinque anni sei a quota 60 esami, circa, come tutte le altre materie e scienze universitarie. Chiariamolo una volta per tutte.

Non vorrei sembrare banale, ma perché si diventi un professionista, di qualsiasi mestiere si tratti, bisogna studiare e fare esperienza in quel settore preciso. Dimostrare di valere e di sapere, perché si guadagnino credibilità e stima.

Non venite a raccontarmi che aprendo un blog, come per magia, diventiamo tutti professionisti, esperti, influencer. Ma di cosa?

Cari colleghi giornalisti, e cari colleghi esperti di comunicazione, direi che sta alla nostra capacità di analisi e alla nostra onestà intellettuale il dovere morale di fare un po' di ordine.

Alle redazioni che devono pretendere l’elevata professionalità dei giornalisti, e agli uffici stampa e comunicazione che devono selezionare con ratio e amore per il merito e la cultura i testimonial, i collaboratori esterni, i propri rappresentanti nel mondo del web.

Il numero di like non può valere più di anni di studio, più delle competenze e più della professionalità. Perché siamo noi, tutti noi, con la nostra cultura e capacità critica a capire e a sancire il valore e la qualità di ogni professionista, anche e soprattutto sul web.

Quindi si, è vero, la rete è libera e per fortuna. Ma noi siamo altrettanto liberi di dare il giusto peso a tutto e a tutti.

E se nello sterminato mondo del web i paradigmi sono completamente stravolti, la colpa è soprattutto dei professionisti che avrebbero dovuto e che devono guidare, orientare le masse nel mondo virtuale, sovraffollato di informazioni e profanato da qualsiasi genere e livello di comunicazione senza regole, senza arte né parte.

Invece noi, con estrema ingenuità o attratti dalla visibilità facile, ci siamo convertiti alla legge dei like, senza comprendere il danno culturale che avremmo potuto provocare.

Almeno loro, almeno noi, anziché correre dietro ai like e ai followers, dovremmo rimanere ancorati e ben saldi, concentrati solo ed esclusivamente sull’elevata qualità dell’informazione e sull’alta professionalità di ogni forma di comunicazione, di ogni settore.

Ben vengano i blog, le condivisioni di esperienze personali, le immagini e gli articoli sui propri viaggi o sulle passioni che ci coinvolgono e ci stravolgono. Sono spazi belli, spesso interessanti e a volte molto costruttivi.

Ma che non diventino lavori, così, a prescindere, per diritto acquisito senza meriti se non quello dei like. Perché non è giusto nei confronti dei professionisti, dei giovani che hanno bisogno di esempi di cultura e sacrificio a cui tendere, e per i lettori o i clienti che hanno il sacrosanto diritto di una corretta informazione e di una giusta e professionale comunicazione. Anche sul web.

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