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5 Ottobre Ott 2017 1627 05 ottobre 2017

Quando il no sense fa moda

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Quando il "purchè se ne parli" prende il sopravvento sull'arte, sullo stile, sulla creatività, anche la moda si inginocchia al no sense, a quelle dinamiche che privilegiano, su tutto, il "farsi notare e basta". E se accade questo, il più delle volte, è per incompetenza di chi la moda la crea (stilista) e di chi dovrebbe comprenderla e raccontarla (giornalisti).

La moda, non essendo solo arte ma anche business, deve vendere. E per vendere ha bisogno di visibilità, pubblicità. Insomma, ha bisogno di far parlare di sé. È così da sempre ed è normale.

In teoria, più una collezione è realizzata "ad arte", più risponde a criteri stilistici della casa di moda, più riesce a raccontare la società e far sì che la gente si senta interpretata da essa, maggiore sarà l'apprezzamento della stampa e di conseguenza la visibilità e il consenso del pubblico. In teoria.

In pratica, la stampa che dovrebbe fare opinione e cultura, ha un parterre sempre meno competente, spesso per nulla. Tra fashion blogger che hanno come unico obiettivo fare 'marchette' e collezionare like su instagram, anche con gli 'orrori', e giornali che investono sempre meno su un giornalismo di livello e che si adeguano sempre più alle leggi dei followers e dei 'wow', gli obrobri della moda rischiano di rubare la scena a creazioni di altissimo artigianato e knowhow unico.

È quello che sta accadendo, ad esempio, con le Crocs Balenciaga, presentate dalla stilista georgiana Demna Gvasalia, direttrice artistica della casa di moda. Su Instagram e Facebook hanno avuto un boom di pubblicazioni. Bene o male, tutti ne hanno parlato. Fuori luogo, fuori dai canoni che Cristobal Balenciaga avrebbe mai immaginato, e perfettamente abbinate ad una collezione di abiti altrettanto imbarazzante.

Ecco il nuovo marketing della moda: bene o male, purché se ne parli, ma se una cosa è talmente brutta da stupire, ancora meglio, così se ne parlerà di più.

Lo stesso meccanismo che giustifica gli imporbabili outfit degli invitati alle sfilate. Perfetti sconosciuti o personaggi noti ai curiosi della rete, che per guadagnarsi una foto e qualche attenzione si presentano conciati come fossero al carnevale di Rio.

E così gli orrori, senza né significante, né buon senso, né arte, si diffondo a macchia d'olio, e rischiano pure di piacere. Non che sia un reato. Ma chi deve diffondere cultura della moda, senso del gusto e competenze stilistiche, dovrebbe innanzitutto averne.

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