Gufi da Hogwarts

25 Ottobre Ott 2012 0206 25 ottobre 2012

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Considerazioni dopo un seminario serale sull'Open Access nell'editoria. Appuntamento dove ci hanno offerto un rinfresco alcolico PRIMA degli interventi, con evidenti conseguenze sul livello di attenzione, sul grado di umorismo e ilarità e anche sulla tendenza al libertinismo (?) di ciascuno dei presenti. 

Il punto è che la gente oggigiorno si aspetta l'Open Access. In particolare le nuove generazioni, quelli nati dal 1995 in poi, per non parlare di chi fa parte degli 'Amicici dell'anno duemile'.

Qui si parla di un settore, quello dell'editoria, che ha provato a cogliere la sfida dell'informazione gratuita su internet e che ogni giorno vede spuntare nuove riviste-journals solo on line.
Le dinamiche sono complesse, soprattutto per quanto riguarda il 'e io come ci guadagno?' (fondi, pubblicità, società che pagano per avere prestigio).
Perché la questione principale è proprio qui: l'open access dà un sacco di visibilità.
E una delle fonti primarie (e più controverse) del sistema è quella dell'auto-pubblicazione (e dell'autofinanziamento).

Non succede così anche nella nostra esperienza quotidiana con il web?
La nostra vita, ora-oggi, è open access.
So che sapete che sto parlando di Facebook. E chi è sfuggito alla timeline e se ne vanta con orgoglio non può negare che è poi caduto nella trappola di Twitter o di un altro social network. Oppure si è auto schedato su internet attraverso Linkedin.
A volte, addirittura, sono le parti terze che ci fanno comparire o ci rintracciano online.
In base ai libri che compri su Amazon inizierai a ricevere relativi consigli d'acquisto.
Perché LORO sanno cosa ti piace, gliel'hai detto tu.

L'open access ai cavoli nostri, insomma, è qualcosa che abbiamo cercato o non abbiamo

potuto evitare. Sì fa paura ma almeno tutti possono diventare una star.
Profili sui social che raccontano storie distorte che poi anche quelle vere sembrano esagerate. Pensi che in quelle foto la tua vecchia compagna di classe delle elementari sia davvero orrenda, niente a che vedere con la vita favolosa che pare abbia un'altra, tutta viaggi e super lavoro e feste. Poi c'è chi ha dei bimbi e subito piazza la foto del pancione, quella dell'ecografia, quella del cane col gatto col bambino che balla.
Capisco come sei in base alla musica che condividi. Se hai messo un 'like' al Crystal Ball sei troppo figo, se nelle info condividi la tua fede religiosa (a meno che tu non abbia più di 50 anni) allora no. Per non parlare degli status diretti, indiretti, casuali e sempre dai mille possibili significati e fraintendimenti.

Giudizi- risultato della visibilità, dell'open access. Quanto alle impostazioni di privacy, ti fanno sentire al sicuro ma sono anche una balla. Perché la tua foto sdraiata per terra con una bottiglia di Montenegro in mano ormai sulla rete ci è finita.
E lo dice una che ha una serie infinita di gruppi in cui ha catalogato gli 'amici'. C'è chi può vedere la bacheca, chi no (No bacheca). Chi nessuna foto in cui sono taggata (No foto), chi solo quelle della laurea, chi tutto e così via.

Tutta fatica sprecata, alla fine. Io mi aspetto l'open access sui profili di qualsiasi social network dei miei amici più stretti, loro si aspettano lo stesso da me. Un giorno capita che uno fa uno screen shot di una nostra foto e lo posta come 'pubblico' sul suo profilo e allora tutto il meccanismo della mia privacy va a quel paese.

Ma l'importante è essere visibili e che gli altri siano visibili. Così come quando cerco informazioni su Wikipedia, voglio vedere un film in streaming o scaricare la musica.
So che ci sono delle limitazioni ma mi danno noia perché io mi aspetto che sia tutto gratis. La pirateria è sbagliata ma ammetto che io rispetto la legge soltanto per pigrizia.
Lo sapete anche voi no che quando si naviga su internet si sta in media tra i 7 e i 10 secondi su ogni pagina?
Poi ci sono i quotidiani on line che vogliono fare l'informazione a pagamento. NO WAY. L'utente si è appena abituato a trovare la cronaca generalista ovunque, non potete certo togliergli l'open access. Dovete essere più furbi per fare soldi nell'era della crisi economica e della rivoluzione (non morte, grazie) dell'editoria.

Perché noi, si ragiona per open access. La politica finge di essere open access (ma ve la ricordate la foto #siamotuttiqui di ABC e Monti su Twitter??? Io stavo facendo chiusura al giornale, li avrei uccisi).
Per non parlare di quanto, ormai (eh già- le novità) siamo aperti a tutto in amore.
Mi fidanzo - pretendo un rapporto sincero, senza segreti, senza bugie quando lo so che è impossibile e insano. Voglio avere accesso illimitato al tuo spazio privato perché è così che si fa. Se mi ami allora lo spazzolino da denti a casa tua non vedo perché non posso lasciarlo. Sì, lì, nel tuo bagno. Non nascosto nell'armadietto ma ben visibile accanto al tuo.
L'open access porta all'autodifesa. Lo so che tu potresti essere potenzialmente aperto a tutto. A tutte. A tutti. E quindi voglio lasciare un segno tangibile della mia presenza. Voglio rendermi visibile. Perché no, baby, tu non sei più open access.
La poligamia è open access ed è così che ragioniamo (stare insieme tutta la vita? TZE') anche se alla fine no, quel rapporto a tre non ce l'abbiamo proprio fatta. E se ce l'abbiamo fatta allora, siccome siamo open access, vogliamo andare oltre.
Vogliamo scoprire tutto, visitare tutti i luoghi. Noi viviamo in potenza e ogni realizzazione non farà altro che estendere l'infinita coda di n che ci portiamo sopra la testa.
La parola è open access e oggi, a differenza di ieri, la differenza è che CHIUNQUE può dire la sua (a Nord e a Ovest, con un pizzico di Sud-Est).

Ecco dove sta il problema. E' qui che il mondo dell'editoria, dei libri-giornalistica-dei magazine, deve reagire per creare un doppio livello di open access.
Quello di qualità, e quello per il volgo. (Sì, ho scritto volgo dopo avere parlato di sesso a tre in un blog che si chiama Gufi da Hogwarts).
Ora scusate ma vado ad aggiornare la mia situazione sentimentale su Facebook (in an open relationship, ovviamente).

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