Gufi da Hogwarts

13 Novembre Nov 2012 0155 13 novembre 2012

Spionaggio al femminile (editoria e competizione)

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L'editoria è un business. E l'obiettivo è far soldi.
Me lo ripetono da quando sono arrivata in questo master oxfordiano. La logica che sta dietro queste parole mi sembra lontana da quanto ho studiato in Italia, sull'editoria.
Ma concordo, non posso non ammetterlo. Eppure questo concetto mi fa anche paura.
Le parole business e soldi mi fanno venire in mente un mondo del lavoro fatto di competizione, di vincenti e di perdenti.
E' così dappertutto, direte voi e così è sempre stato.  Di sicuro qui non è difficile non accorgersene. L'ambiente educativo che la Brookes university costruisce intorno ai propri studenti simula quello del lavoro.
Di quegli uffici in cui tutti sono pronti (e non c'è altro modo per dirlo) a mettertela nel culo. In particolare quando ci sono un sacco di 'femmene'.
D'altra parte le esperienze lavorative del mio passato mi aiutano a districarmi parzialmente da questo meccanismo e ad affrontare ogni esame, ogni progetto che ci viene assegnato per quello che è: una finta nel ben protetto ambiente universitario.
Non è facile, però.
Perché l'estrema disponibilità dei docenti richiede un alto impegno degli alunni. E questo è giusto. Trovo meno sana, invece, l'indole competitiva di cui la maggior parte dei miei compagni di corso (delle - che siamo quasi tutte donne) si è armata fin dal primo giorno di lezione.

Si parla di 21-22 enni con nessuna o poca esperienza lavorativa in mano, pronte a sgomitare fino a buttarti giù dal più alto dirupo di Sparta (o, più verosimilmente, dalla più elevata costiera irlandese).
Per cosa? Beh, più o meno tutto.
A partire dalle occasioni di stage. Da settembre ne saranno arrivate una quindicina al mio nuovo indirizzo mail targato brookes.ac.uk; a queste, si aggiunge la bacheca universitaria e quella di alcuni siti internet specializzati in publishing.
Sono internship quasi sempre gratuite che gli editori ci fanno fare per un giorno alla settimana, da unire con il calendario delle lezioni, perché siamo studenti di questo master.
Inutile dirvi che la maggior parte sono le solite: raccolta di immagini, mailing list, fotocopiatrice umana. In ogni caso il ritmo cadenzato delle offerte ha già segnato una bella differenza rispetto a quanto ho vissuto da studentessa di una laurea specialistica nel nostro Bel Paese.
Scavando in profondità, poi, si possono trovare alcuni stage più interessanti di altri, magari in case editrici piccole e in cui si riesce a fare pratica di un po' di tutto e si impara per davvero.
La mia policy è dedicarmi a questa occupazione nel prossimo semestre.
Ma le giovanissime del master si sono buttate a capofitto in internship che hanno poi trovato deludenti. Credete che lo abbiano ammesso?
Ovviamente la maggior parte no. E allora via, a raccontare del magnifico mondo delle giornate passate al telefono e dei segreti nascosti che stanno dietro la preparazione di cartelle stampa.
C'è una americana, per l'appunto, che  sta facendo tre (incredibili!) stage contemporaneamente e che non smette neanche un minuto di raccontarlo, ostentando la triste verità che c'è dietro il suo sorriso: l'avere battuto tutte le altre, l'avere rubato loro l'opportunità (ben tre opportunità per la precisione).
Ecco, a me queste cose fanno arrabbiare. Da una parte la spontanea reazione è di deriderla, dall'altra derido me stessa perché riesco ancora a farmi venire l'ansia per la paura che queste giovani arpie possano realmente insidiarmi.

Io sono per: ognuno sulla sua strada. Ma non riesco a non tenere l'occhio puntato anche su quella degli altri.
Ringrazio, comunque, di avere deciso di fare questo master a 26 anni e non a 21. Altrimenti questo circolo di competizione mi avrebbe completamente avvolta e forse ne sarei uscita perdente ancora prima di iniziare.
Insomma, non sono certo la più giovane studentessa del Ma e mi viene spontaneo ridere di ciò che vedo.
Rido di quella con le magliette a collo alto che sta sempre sola, seduta con la schiena ben ritta, che passa le sue giornate a fare domande ai professori, a ridere delle loro  battute che non fanno ridere e i cui capelli tenuti fermi da due mollettine e mai fuori posto mi mostrano tutte le volte che  il suo desiderio di ordine verrà mortificato in futuro.
Rido dell'altra che viene da un paese povero ma è ricchissima. La sua ferma educazione e ogni suo sguardo rivelano un innato bisogno di avere un totale controllo sugli altri.
Perché quello che dice lei è giusto e "tanto comunque lo faccio da sola e tu devi fare quell'altro, non contraddirmi" (facile, in un lavoro di gruppo e grazie a dio non è in gruppo con me). Lei, che ha ordinato alla sua 'squadra' per il progetto Editorial di spiare quello che stanno facendo gli altri.
Per poterli sbaragliare, avvilire e annichilire. Perché 'our project must be the best one'. Pronta a tagliarti a metà e a scuoiarti viva e che si è fatta licenziare dal suo ultimo impiego in quanto riteneva che il lavoro, come lo faceva la sua capa, fosse sbagliato.

Sono estremi della natura umana, lo so. E so anche che l'avete capito che sono spaventata. Ma non dai soggetti in questione.
Sono spaventata perché un po' di queste due fuori di testa, e un po' dell'americana che se la tira a caso e cammina sculettando in giro il suo enorme sedere e cercando di protendere il petto in fuori che neanche una del Cirque du Soleil, io lo vedo in quasi tutte le mie compagne di corso.
Ordine, obiettivi, controllo sugli altri. Competizione. Sono queste le parole chiave delle giovani, inglesi e non, con cui ho a che fare (inutile dire che ci sono delle eccezioni, grazie al cielo).
E nonostante il mondo del lavoro in editoria mi venga descritto da chi ci è dentro come un ambiente positivo, vitale, umano e confortevole, quando guardo queste ragazze un po' di paura viene anche a me.
E' perché siamo donne?
Lo vedo nei loro occhi, dietro le pronte risposte che hanno a tutte le domande, il terrore: di non trovare lavoro, di non guadagnare abbastanza, di non venire ripagate dell'impegno.
Non spaventatevi per questo business in cui vogliamo lavorare, dico io, che poi spaventate anche me (e a casa ero già abbastanza spaventata per conto mio). Che in certi ambienti in Italia, per molti versi, si sta peggio. Che qui se sei brava alla fine vieni ripagata (mi pare).
Vi sembra davvero il caso di mettersi a fare spionaggio per il progetto all'università? Sembra un film di Austin Powers da quanto è ridicolo.
E quella perfidia lì, cui siamo state educate ad abituarci non appena abbiamo avuto a che fare con il mondo del lavoro, perché basta una maternità per venire tagliate fuori... quell'agonismo lì, secondo voi, è normale?

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