Gufi da Hogwarts

4 Dicembre Dic 2012 0158 04 dicembre 2012

Viaggi, libri, giornalismo e censura - un insensato cambio di soggetto

  • ...

Prendi e vai.
E' il consiglio che mi pare di avere ricevuto più spesso da tutti i pezzi grossi dell'editoria inglese che ho incontrato qui, a Oxford.
Non da ultimi due boss della Penguin e della Random House, case editrici in corso di fusione.
Secondo questi signori iniziare la propria carriera come assistente editoriale è poco decoroso, meglio fare marketing. Vendere.
Non solo in ufficio, anzi. Bisogna prendere e fare i Rep, i representatives, il rappresentante direi io.
Quello che con la sua valigina piena di brochure, cataloghi e advance information sheets prende e va: in America, in Africa, in Medio Oriente, in Giappone, in Australia, attraverso tutta l'Europa. E prova a vendere i libri.

Mai prospettiva è stata meno attraente per me. Prima.
Prima di venire qui, intendo. Perché forse c'hanno ragione loro. Sai quante cose si imparano facendo un lavoro così?
Vuoi mettere con la vita da ufficio?
Quei pinguini random mi hanno ammaliata. Viaggiare per vendere dei libri? O dei diritti? Conoscere un sacco di gente, imparare nuove lingue, sentirsi soli, ammalarsi per tutti i batteri incontrati tra un aereo e l'altro, cenare soli al ristorante di un albergo.
Quanto si è disposti a sfidare se stessi per il proprio lavoro? Che farne dell'esigenza, del bisogno, di avere abitudini quotidiane che ti diano la scusa per scappare?
E poi, diventare famosi, delle figure professionali riconosciute da chi lavora nello stesso settore. Me l'avete presentata molto bene. Ma c'è qualcosa su cui mi siete caduti, sprofondati, direi.
Come si permettono un signore della Penguin e un signore della Random House di chiedere a degli studenti che nulla di quello che ci hanno rivelato (misteriosi castelli di carta, ve lo assicuro, mica solo di pixel) venga twittato o scritto su nessun blog?
Giuro che ci hanno detto così.
Quindi non dirò niente, nessun dettaglio, zero nomi. Perché questo è un blog e non è un articolo. Non è la piattaforma adeguata per fare nomi, né per altro lo sono i social networks.

Io però una cosa ve la devo dire.
Ci avete mai pensato alla fiducia che si può instaurare dietro il diritto di esercitare la libertà di parola (quella che avete infranto voi credendovi liberi di parlare solo dopo averci imposto un grossolano divieto, più o meno rispettabile?).
Seppur applicata al microcosmo del giornalismo locale, la conosco la sensazione di inciampare in qualcosa di scottante mentre cammini per strada col tuo taccuino, o quando ti fai un caffé al bar, tipo il Perozzi (e voi di scottante per altro non mi avete detto niente).
E posso dirvi per certo che c'è sempre e comunque un modo di raccontare nonostante la censura.
Anzi, sono proprio i silenzi infilati tra una riga e l'altra a dare equilibrio alla scrittura di una notizia.
Basta tacere un minuscolo dettaglio, quello che può fare la differenza per la tua fonte, e riuscire a dare a chi legge un'informazione comunque completa.
La fiducia dei tuoi informatori, il potere di un sorriso, il baratto.
Non c'è bisogno di censurare grossolanamente se ci si confronta con intelligenza.

Io ci credo in un giornalismo così. E non ci vedo nulla di male.
In ogni lavoro del mondo si funziona per reciproci scambi di informazioni.
E non serve portare il calzante esempio della cronaca.
Il mio prof di Production qui alla Brookes non fa altro che dirci quanto instaurare un rapporto di fiducia con i tuoi colleghi, con gli stampatori, con l'ufficio marketing e quello editoriale, insomma, con tutti, ripagherà.
Sempre.
A volte, ci si può fidare. E forse viaggiando e non restando rintanati nel proprio piccolo universo è più facile imparare a stare in equilibrio su quello che dopo tutto è un filo davvero sottile.

Ps, quanto a questo post iniziato con delle speculazioni sul tipo di lavoro che vorrei fare in casa editrice e conclusosi con le nostalgiche memorie di una cronista di strada, si prende un bel 4 per un insensato cambio di soggetto in corso di svolgimento.
E finisce dritto dritto in coda al catalogo di domande che infilerò nella mia valigi-ona quando questo semestre sarà finito e potrò finalmente tornare a casa per Natale. 

E per un po', niente viaggi.

Correlati