Gufi da Hogwarts

25 Luglio Lug 2013 2141 25 luglio 2013

Hi, I am Sara and I am Italian - Lavorare all'estero

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Benvenuti all’estero, dove ogni banale richiesta si può trasformare in una sfida: nessuno crede di essere in grado di farcela, e alla fine capita che per puro spirito di sopravvivenza ce la si fa.
Dopo essere passata per varie peripezie da master in lingua inglese, è successo che mi abbiano presa a uno stage full time in una mega casa editrice.
Il primo giorno mi sono trovata schiaffata in una stanza con altre 16 persone. Note anche come: quelle a cui è andata di culo.
Il vero volto di questo stage è infatti: uno schema che avviano ogni anno, in cui ricevono in media 200 CV e alla fine ne pescano 10-20 (17 quest’anno appunto).
Ognuno in un dipartimento e con una mansione diversa, noi stagisti siamo sottoposti a una specie di colloquio lavorativo lungo due mesi durante il quale le Risorse Umane ci fanno training, ci domandano, ci studiano. Per vedere se siamo idonei. Alla fine dobbiamo fare una presentazione dei progetti che seguiamo individualmente davanti a un sacco di gente.

Altro che arrivare in ufficio e mettersi a preparare caffè. Questi qua mi stanno testando.
Mi sono quindi calata in modalità spugna assorbente e intanto svolgo le previste attività di basica amministrazione: l’ufficio in cui lavoro si occupa di tre enciclopedie biografiche (cartacee ma soprattutto online) che se sembra noioso solo a sentirlo dire ci sbagliamo tutti di grosso.
Sono storie, storie di vita. Io ovviamente mi limito a cercare immagini, fare analisi valutative della struttura dei siti internet, trovare degli aneddoti curiosi per promozione e marketing, controllare se veniamo citati correttamente in giro su internet e, ta dà!, registrare necrologi. Perché se uno non è morto mica gliela puoi scrivere la biografia.
Nel frattempo però ho deciso che devo sfruttare il mio pass con tanto di piccola fotina e infilarmi dappertutto.

Mi aggiro all’interno dell’enorme e storico edificio: da fuori sembra un college antico, dentro è accogliente e moderno. C’è la mensa, con i tavoli all’aperto e un barbecue (?!?).
C’è la compagnia teatrale dell’azienda che offre 15 min di Shakespeare show a ora di pranzo (?!?).
Ci sono ogni giorno meeting cui partecipare. Nel primo l’editor ha preso parola chiedendomi di presentarmi davanti a tutti e ringraziandomi per essere lì (?!?).
Noi stagisti abbiamo persino preso un 'tea' (molto inglese) con il CEO Global dell’azienda che ci ha chiesto chi siamo e cosa stiamo facendo (?!?!?).
E io a spiegarglielo in inglese con il peggior accento italiano di sempre.
O forse no.
Forse la mia pronunciation è sembrata così orribile perché un bel giorno ho capito una cosa sconvolgente: l’unica straniera tra tutti e 17 gli stagisti 2013, sono proprio io.
E non solo.
Gli altri hanno tipo 22 anni, sono alla prima esperienza di lavoro della loro vita.
Io invece ho giusto giusto appena compiuto 27 anni (NDR: i colleghi e tutti i signori editor mi hanno portata a pranzo dandomi un biglietto di auguri a sorpresa (?!?)) e questo non è definitivamente il mio primo impiego.

La domanda sorge spontanea: che cosa ci faccio qui? E soprattutto: perché io???
Ma riassumiamo con un semplice: perché?
Risposte non ne ho. Ho smesso di contare le situazioni in cui avrei potuto sentirmi fuori luogo da quando mi sono trasferita all’estero. Potenzialmente: tutte.
E' abbastanza paradossale quando ci si rende conto di essere in grado di svolgere le mansioni più creative e impegnative e invece, proprio perché si sta lavorando in una lingua che non è la propria, di muovere i passi più incerti nelle semplici funzioni amministrative.
Scrivere e-mail, rispondere al telefono, fare tutte quelle cose che in un lavoro da ufficio si parte da lì e non ci scappa.

Ancora una volta, comunque, ho la sensazione che la lezione sia: sempre e per sempre mai buttare via nulla.
Basta! stupirsi perché qui si lavora solo dalle 9 alle 17 (ebbene sì).
E perché il mio stipendio di stagista è più alto di qualsiasi stipendio mai percepito in Italia per lavori veri.
E perché più ciò che devo fare tende al ripetitivo-alienante, più mi sbrigo in fretta, più mi guardano a occhi sgranati e mi dicono: 'Hai finito in un mese quasi tutto quello che volevamo farti fare in due'. E non sono bionica, ve lo giuro. Non me la sto tirando. Sono sicura che l'avreste fatto anche voi.
Perché a noi, giovani in Italia, hanno insegnato a lavorare così. Pronti, via.
Lo dicevo qualche mese fa: l'incertezza della nostra condizione lavorativa non ci fa dare niente per scontato, e tutto il resto diventa solo grasso che cola. 
E loro, invece, che hanno il teatrino a pranzo e il latte gratis da mettere nel 'tea', ancora non lo sanno.
Non hanno bisogno del nostro spirito di sopravvivenza.
Per loro non è difficile mandare una mail all'autore e non hanno bisogno di andare all'estero per trovarsi a combattere contro chi è madrelingua, e che ovviamente non ha nessun problema a inviare una mail a un autore, e quindi come si fa a batterlo?

Hi, I am Sara and I am Italian.
Invece di buttarti giù perché è così evidente e se ne accorgono tutti, e quante volte l'hai ripetuta questa frase ormai?, forse l'unica cosa da fare è prenderlo e sbatterglielo in faccia.
Ciò che ti rende diverso deve diventare per davvero anche ciò che fa la differenza.
E via così. Una sfida dopo l'altra, stringendo i denti sul ritmo sospeso del tuo respiro.
Però cacchio, quanto è difficile.

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