Gufi da Hogwarts

2 Dicembre Dic 2013 2044 02 dicembre 2013

Ho fatto 15 colloqui di lavoro in due mesi. E...

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...quando ho iniziato a scrivere questo post, una settimana fa, il titolo finiva così: 'e sono ancora disoccupata'. Oggi, invece, ho ricevuto un'offerta di lavoro.
E ho accettato.
Il contratto non l'ho ancora firmato ma pare sia in viaggio verso la mia cassetta della posta, qui a Oxford. Mi hanno detto che è permanente. Ho pure 25 giorni di ferie l'anno. Io resto guardinga, se non vedo non credo.
Oggi, comunque - duedicembreduemilaetredici - è arrivata la chiamata: a gennaio, se tutto va bene,  mi occuperò di marketing di libri alla Oxford University Press.
Dopo il master, il lavoro, quindi, è arrivato. Ci sono però voluti 15 colloqui.
Sì, ho fatto15 colloqui di lavoro in due mesi.
Il numero 13 è stato quello fortunato, in barba alle dicerie scaramantiche: mi hanno assunta. Gioia e tripudio. Adesso posso lasciare andare il respiro trattenuto per gli scorsi 15 mesi (guarda caso). Posso sorridere, comprarmi il biglietto per il concerto dei Backstreet Boys e persino valutare l'idea di andare finalmente in vacanza, dopo due anni.

Resta il fatto che digerire tutti i rifiuti che sono venuti prima della fantomatica telefonata non sia stato facile.
Io questo post non lo volevo neanche pubblicare. Scriverlo, ho dovuto scriverlo, per amor della cronaca, della ragione d'essere di questi Gufi da Hogwarts e per fare ordine mentalmente.
Però mi bloccavo, non ce la facevo - come ve lo raccontavo, eh, che mi stavano chiamando a un sacco di colloqui e poi appena mi vedevano mi dicevano 'signorina, tanto brava e tanto bella, ma no, grazie'.
Convivere con la sconsolante constatazione che qualsiasi cosa io potessi dire a un colloquio, qualsiasi tecnica decidessi di attuare - la pura onestà, il mentire fino alla morte, la semplice illustrazione delle mie skills, il mostrare che quel lavoro io potessi svolgerlo indubbiamente, i sorrisi, la compostezza - nulla era mai abbastanza.
Non ci sono altri modi per definire quello che ho vissuto, io come il 41% dei giovani italiani disoccupati: è orribile. Certo. Ancora peggio sarebbe stato non venire proprio chiamata ai colloqui - che tutti e 15 di fila mi sono serviti poi ad ottenere un lavoro.
Che ormai sapevo tutte le risposte a memoria, perché le domande gira che ti rigira erano sempre le stesse.

Comunque, alla fin della fiera, dopo 15 mesi di blog, 15 colloqui, quattro stage e un master, posso provare a rispondere al quesito che ho lanciato quando vi ho spedito il mio primo gufo: è vero che è più facile trovare un lavoro fisso all'estero, rispetto che in Italia?

Per un semplice fattore statistico, la risposta è sì: mentre in UK selezionavo lavori ogni giorno, il mio occhio costantemente puntato verso casa non ha trovato niente. In Italia non c'era neanche un'offerta di lavoro simile, nulla di inerente al campo editoriale insomma.
Ma la risposta è anche no. Trovare lavoro non è stato proprio facile come pensavo.
Il Regno Unito non è dream land, la terra dei sogni, tanto più che ora gli inglesi sono tutti un 'non passa lo straniero', si stanno ripiegando all'interno, vogliono chiudere i confini.

Per assumermi, mi hanno chiesto di essere europea (condizione fondamentale, nessuno dei miei compagni international pare abbia la minima speranza di venire anche solo considerato per un impiego), di avere un titolo di studio appropriato, mi hanno fatto svolgere mille prove tecniche, mi hanno fatto un centinaio di domande assurde che mi chiedo i recruiters cosa abbiano in testa.
Poi mi hanno detto di no perché ero troppo qualificata, o perché non sapevo abbastanza bene l'inglese, o perché mi sarei annoiata a morte a svolgere un lavoro da assistente, persino perché avrei dovuto continuare a fare la giornalista - che cosa ci fa qui, signorina? (lei non si preoccupi, chi l'ha detto che non posso continuare a fare la giornalista contemporaneamente? Ma mi faccia il piacere).
E poi c'è sempre stato quel fantomatico 'altro candidato' che risultava più adatto di me al ruolo, ci dispiace.
Alla fine però è arrivato il colpo di fortuna. Perché qualità e competenze senza fortuna non si impastano. E, ormai l'ho capito, un lavoro senza fortuna non si può trovare.

Io penso di essere sempre stata fortunata. L'Italia mi ha dato tanto, ho imparato un mestiere bellissimo che resta quello dei miei sogni e quello che vorrò fare fino all'ultimo giorno. Adesso sono venuta all'estero per avere la possibilità di imparare un'altra cosa che mi piaceva, per fare esperienza, per sentirmi più al sicuro proprio perché in difficoltà, per costruire qualcosa che possa ridare indietro un giorno, spero non troppo lontano, al mio paese.
Se c'è una cosa che ho imparato, è che la fortuna non bisogna rifiutarla mai.
Oggi sono felice. Posso incominciare a restituire. Questo non significa che mi adagerò sugli allori. Non pensiate che smetterò di lamentarmi. Io continuerò a rompere le balle a tutti, e a lamentarmi, e a cercare.

Infatti, adesso ho deciso che i miei gufi cambieranno un po', che tanto questa piega l'avevano già presa.
Si apre un altro capitolo, per provare a rispondere a un'altra domanda: val la pena, alla fin fine, di lavorare all'estero mentre il mal d'Italia ti prende e ti stropiccia, e pagheresti oro per mangiarti una fetta di bresaola o farti un sorso di Amaro Montenegro dopo cena e non perderti tutti i compleanni e le lauree e le belle e brutte notizie delle persone a cui vuoi bene?

Rincomincio da qui.
Con lo sguardo sempre un po' più in là.
E un contratto di lavoro.

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