Gufi da Hogwarts

30 Marzo Mar 2014 0055 30 marzo 2014

Orhan Pamuk: «La Turchia è una contraddizione»

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orhan pamuk

E' il week end delle elezioni amministrative nel suo Paese, la Turchia, ma Orhan Pamuk il giorno prima del voto si trova in Inghilterra.
Sabato 29 Marzo 2014 sono andata a sentire l'intervento del premio Nobel per la letteratura in occasione dell'Oxford Literary Festival. E' stato bellissimo e ho deciso di raccontarvelo nei miei gufi, perché anche questo è parte di ciò che significa vivere all'estero, in una città fervente di cultura e con un'università potente come quella Oxford, tanto da attirare un personaggio dello spessore di Orhan Pamuk; ma anche perché vorrei andarci in vacanza presto, in Turchia, e perché amo i libri di questo scrittore.
Pamuk - ironico, vulcanico, appassionato - ha parlato di tutto: dei suoi libri, dei suoi paesaggi d'anima, dei suoi scrittori preferiti, e dell'attuale situazione turca, con il governo terrorizzato di perdere il potere tanto da bandire l'uso di Twitter e You Tube a pochi giorni dalle elezioni, in quanto fonti principali di discredito verso il premier Recep Tayyip Erdoğgan e i suoi.
'Per capire la Turchia', ha spiegato Pamuk, 'bisogna partire dal presupposto che noi turchi viviamo una contraddizione profonda, proprio lì, in mezzo al cuore'.

'La Turchia desidera essere fedele alle tradizioni, e all'Islam, ma vuole anche essere moderna' ha detto. 'Sono due esigenze diverse che stanno nello stesso battito e procurano nervouness of identity', un nervosismo dell'identità.
'E' facile dimenticarsi delle proprie origini in nome della modernità', ha continuato raccontando dei suoi primi anni di successo internazionale come scrittore, dei viaggi in America, 'ma di fatto io appartengo e voglio appartenere alla mia nazione'.

Lo stesso, ha aggiunto, vale nella letteratura. Quando si scrive, si prende spunto da tutti gli altri scrittori, e quando si scrive in Turchia è facile lasciarsi influenzare dalla tradizione della letteratura Occidentale. Così è stato per Orhan Pamuk, in particolare con i libri di Jorge Luis Borges e Italo Calvino (molta gioia ndr), due tra i suoi scrittori preferiti.
Ma alla fine, mettendo da parte l'amore per Dickens, Faulkner e Balzac, ciò che il premio Nobel vuole raccontare nei suoi romanzi è sempre la sua Turchia, sospesa tra il passato e il desiderio del presente, Paese di contraddizioni.

'C'è stato un boom economico negli ultimi 10 anni, l'interesse internazionale verso la Turchia è cresciuto tantissimo, la gente ha guadagnato molta più auto-consapevolezza' ha detto Pamuk. 'Proprio per questo ci si domanda come sia possibile che ancora Twitter possa venire censurato dal governo'.
'Il fatto è che negli ultimi due anni internet è stato il principale mezzo utilizzato dai partiti all'opposizione per diffondere le notizie degli scandali e della corruzione legati ad Erdogan e i suoi. Le proteste sono aumentate e il governo ha iniziato ad avere paura perché ha perso la fiducia dell'elettorato'.
Il risultato è stato un inasprimento della censura - inattuale, sì, dal punto di vista non solo internazionale ma anche della popolazione turca che ha lo sguardo sempre rivolto a Ovest. Pericoloso, pure, perché, ha continuato lo scrittore: 'Il primo giorno la gente ha trovato comunque un modo per andare su Twitter, per protesta. Ma sono bastate poche ore per far crollare gli accessi. Sapete, ci si stanca se le cose diventano troppo difficili'.


'E' un problema culturale che deriva però dalla politica' ha aggiunto. 'E' importante dare contesto a ciò che viviamo, per quanto sia difficile e forse impossibile: come si fa a vedere la realtà per quello che è quando ci si vive dentro? Ogni volta che vediamo una foto, per esempio, è bene chiedersi quanta politica, quanta filosofia, ci sia dietro quello scatto'.
Chiunque abbia letto un suo libro sa quanta importanza Orhan Pamuk dia alle descrizioni visive e, come accade esplicitamente nelle sue pagine dedicate a Istanbul, ai paesaggi d'anima - che arrivano dritti dritti dal Romanticismo, cui il premio Nobel è particolarmente affezionato.
'L'influenza dei dipinti di paesaggi che narrano uno stato d'animo è sempre stata per me molto importante' ha spiegato Pamuk, che fino all'ultimo è stato indeciso tra la carriera da scrittore e quella da pittore, una passione, la seconda, riversata in tutto l'inchiostro del suo romanzo Il mio nome è Rosso. 'Un giorno ho capito che Istanbul, la mia città, mi fa provare malinconia e allora ho voluto dipingerlo, raccontarlo'.
'Devi sempre pensare a qual'è il tuo posto nel mondo, perché la tua individualità è al centro e, come avviene con la politica e la filosofia, filtra le immagini che vedi', ha commentato poi. 'Questo però non significa che possano essere meno belle'.
O meno vere, appunto perché riassunto di tutte le sfaccettature e le contraddizioni di una sola persona.
'Nei libri ho proiettato il mio problema interiore: il desiderio di appartenere alla mia cultura e anche al mondo moderno, due realtè che si scontrano continuamente'.

orhan pamuk museo innocenza istanbul

E' quindi la quaestio letteraria che spinge Pamuk a raccontare di questa contraddizione, tanto aderente all'identità divisa della sua amata Turchia, Paese dove uno sviluppo economico improvviso non ha impedito alla censura di continuare a perseguitare tantissimi liberi pensatori e giornalisti, e da cui tanti intellettuali si sono visti costretti a scappare, per potersi esprimere liberamente.
E' così che si sono ritrovati in altri Stati, a costruire il proprio Museo dell'innocenza domestico, accumulando oggetti in stanze e case che parlano lingue diverse: un piccolo arsenale di cibi, fotografie e odori famigliari. Un po' come succede a tutti coloro che sono emigrati all'estero, divisi tra l'amore per il proprio Paese e il desiderio di una vita più cosmopolita, sentimento di cui ho tanto parlato in questo blog.
E sebbene Orhan Pamuk abbia casa a Istanbul, il proprio Museo dell'innocenza, quello originale, lo ha costruito lo stesso (must see se si visita la città, mi han detto). Un edificio in cui si può fare il giro tra tutti gli oggetti accumulati nelle pagine dell'omonimo libro e in cui serve poco per cambiare il mood di una giornata, proprio come faceva uno dei personaggi più memorabili della narrativa dello scrittore turco: basta cambiare stazione radio, ascoltare un'altra canzone, per passare dalla ricerca ossessiva di una realtà moderna al mondo dei ricordi, piombando nel rassicurante passato della tradizione.
Non abbastanza, forse, per essere felici per davvero ma un'emozione in grado di far tornare l'ispirazione che serve per esprimersi: andando a Parco Gezi per protestare, recandosi alle urne per le elezioni amministrative più importanti della storia del Paese, cercando di connettersi a Twitter quando cinguettare diventa proibito.
Oppure prendendo carta e penna in mano e scrivere, come fa Orhan Pamuk da oltre 30 anni, e come ha voluto ricordare in chiusura alla sua lezione oxfordiana, leggendo uno dei suoi brani più famosi ad alta voce, regalando agli applausi del pubblico un sorriso, grande, accogliente eppure tormentato, come la sua terra, come la Turchia in lotta continua con il doppio che c'è dall'altra parte del mare, oltre il ponte sul Bosforo.

Scrivo perché ne ho voglia.
Scrivo perché non posso fare un lavoro normale come gli altri.
Scrivo perché dei libri come i miei siano scritti e io li possa leggere.
Scrivo perché ce l'ho con voi tutti, contro il mondo.
Scrivo perché mi piace stare chiuso in una stanza tutto il giorno.
Scrivo perché non posso sopportare la realtà se non trasformandola.
Scrivo perché il mondo intero sappia che genere di vita io, gli altri, noi tutti abbiamo vissuto e continuiamo a vivere a Istanbul, in Turchia.
Scrivo perché amo l'odore della carta e dell'inchiostro.
Scrivo perché credo più di tutto nella letteratura, nell'arte del romanzo.
Scrivo per abitudine, per passione.
Scrivo perché ho paura di essere dimenticato.
Scrivo perché apprezzo la fama e l'interesse che ne derivano. Scrivo per star solo.
Scrivo nella speranza di capire perché ce l'ho così tanto con voi tutti, con il mondo intero.
Scrivo perché mi piace essere letto.
Scrivo, dicendomi, che bisogna finire questo romanzo, questa pagina, che ho cominciato.
Scrivo, dicendomi, che è quello che tutti si aspettano da me.
Scrivo perché come un bambino credo nell'immortalità delle biblioteche e nella posizione che vi mantengono i miei libri.
Scrivo perché la vita, il mondo, tutto è incredibilmente bello ed esaltante.
Scrivo perché è piacevole tradurre in parole tutta questa bellezza e la ricchezza della vita.
Scrivo non per raccontare una storia bensì per costruirla.
Scrivo per sfuggire al sentimento di non potere raggiungere un luogo verso cui si aspira, come nei sogni.
Scrivo perché non riesco ad essere felice qualsiasi cosa faccia.
Scrivo per essere felice.


La valigia di mio padre, Orhan Pamuk, Einaudi, 2007.

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