Gufi da Hogwarts

9 Agosto Ago 2015 1326 09 agosto 2015

Fate l'amore, non fate la guerra

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Di processi, in amore, se ne fanno tanti.
Imputato, come ha osato non telefonare per quattro giorni di fila alla sua fidanzata? E lei, dottoressa, perché non ha difeso il suo amante in pubblico ma ha addirittura dato ragione a chi tanto lo stava criticando?
Quante serate abbiamo passato sotto accusa, a rispondere alle domande incalzanti del nostro partner; quante volte abbiamo puntato il dito contro chi professavamo essere la persona di cui eravamo (o avremmo potuto) innamorarci. Lottando per avere ragione, discutendo per orgoglio, facendo la guerra per paura di tutte le battaglie perse e vinte in passato, con qualcun altro.

Da grande esperta quale sono (purtroppo) di ripicche di coppia, di squilibrio a metà tra gli estremi rimedi e la desolazione dell' 'a mali estremi, io me ne fotto', mi è venuto naturale domandarmi: ma è davvero normale andare in guerra per amore? Non è che queste battaglie quotidiane significhino in realtà che innamorati non lo si è per niente, o che per lo meno non lo si è entrambi? L'amore non era mica una cosa semplice, quando eravamo piccoli?

Non sto parlando degli screzi della vita quotidiana. Sto parlando di non fidarsi fino in fondo del proprio partner, dell'avere paura che possa ferirci, dell'aspettare in posizione di difesa il prossimo colpo, pronti al contrattacco. Sarà mica amore, questo?
Ed eccomi subito a fare il conto dei 'ti amo' detti e ricevuti nel corso della mia vita (non solo pochi ma addiruttura pochissimi), spinta da quel desiderio tanto femminile quanto combina-guai del fare un bel punto della situazione (dove per situazione si intende la mia situazione sentimentale da anni 3 - primo amore, guarda caso non corrisposto - ad anni 29): quante volte sono stata innamorata e ricambiata? Quante belle storie d'amore corrisposto ho vissuto, di quelle in cui ci si fidava entrambi?

La risposta è a dir poco sconcertante: una. Una sola. Non importa che a un certo punto siamo riusciti a inquinarla. Importa che per un certo tempo ci si è amati, contemporaneamente, al 100%, ed è stato bello.

Peccato questa storia d'amore risalga a così tanti anni fa che ormai mi sembra sia stato tutto un sogno. Ricordo che quando è finita mi sono detta che non sarei stata più in grado di amare così, spudoratamente. Ho invece amato di nuovo poi, senza però essere corrisposta come sarebbe piaciuto a me. E sono stata amata, senza corrispondere come sarebbe piaciuto a lui.


Facile dirsi che mi sia andata male, che sia stata sfortunata. Facile dirsi anche che sia tutta colpa mia perché non mi scelgo gli uomini giusti e, piuttosto, mi fisso su quelli sbagliati. Facile stare da sola, senza battaglie, senza paura di perdere, senza bisogno di vincere (cosa?).
Val la pena piuttosto concentrarsi sul difficile, iniziare l'ennesimo processo, questa volta contro me stessa: imputata, lei che problemi ha con questo fatto dell'innamorarsi? Perché ama chi non la ama e non ama chi la ama?
Perché finisce sempre in guerra con i suoi fidanzati, piuttosto che in una relazione di supporto e difesa reciproca? Ma soprattutto, la colpa di questo amore senza esclusione di colpi, è sua o loro?

E' un processo che ho iniziato tanto tempo fa: primo, secondo grado, appello. Non finisce mai, mi stanca. Essere a processo però significa anche essere sotto giuramento, e che quindi si deve sempre dire la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità.


A onor del vero, dopo anni di accuse e frustrazioni, penso di essermi resa conto di una cosa importante: non è che io e i miei fidanzati non ci amiamo. Solo che amiamo ognuno a modo nostro, ed è successo che il loro modo non sia uguale al mio. Balliamo seguendo due ritmi diversi e ci pestiamo i piedi. E più uno aumenta il ritmo, più l'altro vuole rallentare, e non abbiamo quasi mai gli stessi bisogni nello stesso momento.
Così un bel giorno, senza neanche accorgercene, andiamo in guerra, in guerra d'amore, una battaglia del pretendere e del dare, del togliere e del ricevere.
Una volta una mia amica mi ha detto: 'Sa, forse è ora che la pianti di andare dietro a uomini che sono diversi da te. Lo so che la gente dice che gli opposti si attraggono ma secondo me più si è simili al proprio partner, più è possibile avere una storia d'amore equilibrata'.
Mi sa che aveva ragione lei. Le coppie più belle che conosco non se la fanno mai la guerra. Sono parte di un team, formano una squadra. Sono SEMPRE dalla stessa parte: quella della coppia, la loro.


A pensarci bene è proprio assurdo fare il contrario. Avvicinarsi a qualcuno che ci attrae pronti a trasformarlo nel nostro peggiore nemico alla prima incertezza, diffidenza, limitazione. Dando un'occhiata in giro però, mi pare che siamo in tanti ad approcciarci alle relazioni in questo modo. Tuta mimetica, elmetto, bazooka alla mano. Eccoci lì, pronti alla guerra d'amore. Perché abbiamo sofferto, ci siamo sentiti rifiutati, non rispettati, feriti. E poi siamo stati con persone di cui non ci siamo innamorati e ci siamo sentiti in colpa. L'ultima cosa che vogliamo è sentirci di nuovo in un modo o nell'altro. Dopo l'adolescenza, per noi amare è diventato tutto fuorché semplice, e guardiamo chi ama incondizionatamente con meraviglia, con invidia, con stanchezza: ma loro, come fanno?


Oggi, sono stanca. Stanca di combattere contro chi potrei invece amare, per paura che mi possa ferire, per orgoglio, per principio. Sono stanca di essere a processo perché sono stata in guerra, e ho ferito, e ho ucciso, e sono morta.
Sono stufa del disturbo post traumatico da stress che mi accompagna dopo i miei cent'anni passati a lottare contro i mulini a vento, brandendo in mano un pezzo di cuore sanguinante in segno di ammonimento al prossimo che mi incontrerà per strada.
Il processo a me stessa non è ancora finito. Sia assoluzione che condanna richiedono uno sforzo al perdono che ancora sembra impossibile. Sono stanca della guerra dei sentimenti. Sono stanca di essere solo, e sola, dalla mia parte.

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