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14 Settembre Set 2017 0022 14 settembre 2017

Quello che forse non sapete dei Bitcoin

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Ci sono notizie che meritano di essere commentate, anche rischiando di farla leggermente “fuori dal vasino”, ma di fronte all’attacco frontale, scatenato dal gran capo di JP Morgan Chase contro il Bitcoin, risulta difficile tacere. Jamie Dimon ha definito la cryptovaluta una truffa, una bolla peggiore dei bulbi di tulipano. Al netto che questo signore è stato tra i protagonisti delle peggiori speculazioni degli ultimi dieci anni, compreso il dramma finanziario dei mutui subprime e delle truffe, quelle veramente acclarate, legate ai derivati e ai credit default swap; è interessante come sia abile nello scoprire l’acqua calda, ma è bene fare delle precisazioni.

La prima delle cryptovalute non nasce come strumento speculativo, ma come metodo di pagamento alternativo, capace di sfuggire a un sistema valutario internazionale strumentalizzato proprio dal sistema finanziario che quelli come Dimon rappresentano. Vediamo come funziona. In primo luogo il sistema è distribuito, cioè non esiste un ente centrale che lo controlla e la validità delle transazioni e stabilita da chi mette a disposizione una parte della capacità di elaborazione del proprio computer per convalidare il trasferimento dei fondi. Quando la maggioranza di questi nodi conferma la correttezza dell’operazione essa viene confermata. Se vi chiedete per quale ragione qualcuno dovrebbe rendersi disponibile a questa attività di “validatore”, la risposta è che il sistema ricompensa i volontari “regalandogli” dei Bitcoin (oggi esistono strutture con centinaia di server che svolgono questa attività per incassare il premio). Meno noto, invece, è il fatto che a un certo punto il meccanismo è destinato a fermarsi, perché al 21milionesimo Bitcoin cesserà l’emissione della cryptovaluta. Nell’idea dei creatori la deflazione che si verificherà in quel momento (attorno al 2040) sarà compensata dalla possibilità di frazionare la valuta fino all’ottavo decimale. Qualcuno potrebbe immaginare che a quel punto i “volontari” cesseranno di supportare il meccanismo. Vero (questo è un rischio serio per il sistema) ma è anche possibile che invece trattengano una piccola commissione su ogni transazione per continuare a guadagnare dagli investimenti effettuati nelle centinaia di server acquistati. Se infine vi domandate quali siano le garanzie “reali” sottostanti al sistema la risposta è nessuna se non la fiducia ovvero l’idea che ci sarà qualcuno disposto ad accettare che voi paghiate una pizza in Bitcoin. Tuttavia questo non dovrebbe essere un problema, perché in definitiva l’intera finanza mondiale è sostenuta da un ricchezza reale di molti ordini di grandezza inferiore. Questa la situazione, ma dove hanno sbagliato gli ignoti creatori della cryptovaluta? Semplicemente hanno sottovalutato l’avidità umana. Proprio perché ormai avvezzi a muoversi ai limiti della truffa gli operatori finanziari si sono impossessati di un oggetto destinato a essere un “geniale” sistema di scambio di beni e servizi per trasformarlo in quello che potrebbe essere il più grande “schema di Ponzi “ della storia (un tipo di truffa in cui quelli che arrivano primi guadagnano, se sono bravi a uscirne in tempo, e gli ultimi ci rimettono tutto). Nel frattempo le cryptovalute sono iniziate a spuntare come funghi e ormai si contano a centinaia, sostenute anche da alcuni fattori contingenti come l’atteggiamento della Cina verso l’esportazione di capitali e il fatto che il crimine on line le abbia trasformate nella sua forma di pagamento standard, grazie alla impossibilità di risalire ai beneficiari delle transazioni. Il potenziale “schema di Ponzi” si allarga, ma tanto non è nostra abitudine dare retta alla storia, forse perché la consideriamo una maestra troppo severa oppure perché siamo convinti che “questa volta è diverso”. In ogni caso la truffa non è il Bitcoin, come molti secoli orsono non lo erano i tulipani, ma quello che la finanza ci ha costruito attorno, questo sono certo che al signor Dimon sia molto chiaro.

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