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17 Settembre Set 2017 1746 17 settembre 2017

Educazione digitale: grandi annunci per piccoli obiettivi?

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Con squilli di trombe e grande orgoglio Laura Boldrini e Valeria Fedeli hanno annunciato un importante piano per l’educazione digitale nelle scuole. Grandi partner coinvolti compresi Google e Facebook e la dichiarazione della ministra Fedeli che “L'obiettivo è quello di promuovere il protagonismo delle studentesse e degli studenti per la realizzazione di un decalogo che li aiuti a riconoscere le notizie false e che fornisca loro indicazioni su come informarsi in modo corretto e completo”. Sarò onesto, mi aspettavo qualcosa di più. Vero che le fake news sono un problema vero e serio, ma non è il solo e per quanto ho visto in giro per l’Italia forse neppure il più grave. Faccio una premessa. Lo scorso anno ho scritto un libro dal titolo L’utilizzo consapevole del web - Linee guida per insegnanti di nativi digitali, che l’editore (la Lattes di Torino) ha distribuito gratuitamente a tutti gli insegnanti che ne facevano richiesta. Nel volume ho cercato di fornire un quadro generale dei rischi legati al rapporto tra giovani e nuove tecnologie: adescamento on line, crimini informatici, gioco d’azzardo, sexting, cyberbullismo e via dicendo. A seguito del libro ho tenuto conferenze agli insegnati in giro per l’Italia andando in Veneto, Molise, Sicilia, Abruzzo e Calabria e la sensazione che ho ricavato è stata di grande interesse, ma allo stesso tempo di una carenza complessiva di preparazione nell’affrontare questi temi. Poche colpe da attribuire ai docenti che, come ogni adulto, si trovano a rincorrere una tecnologia che viaggia più velocemente di qualsiasi altra. Per contro la maggior parte degli studenti fatica a percepire i rischi legati al web: poca o nulla l’attenzione alla propria privacy e quasi totale assenza di una sana paura rispetto agli incontri digitali sono due costanti. Rispetto al quadro complessivo ho la netta sensazione che concentrarsi sulle fake news sia un po’ come se il Ministero dei Trasporti annunciasse una grande piano per combattere il parcheggio in divieto di sosta. Certo si tratta di un problema, ma da solo rappresenta una piccola parte dell’educazione stradale. Molto più utile un approccio di più ampio respiro, partendo dal concetto fondamentale che la società dell’informazione presenta delle insidie. Mi limito a un esempio. Su centinaia di insegnati che ho incontrato quelli che sapevano dell’esistenza del Dark Web, la rete su cui si svolge una gran parte dei traffici illeciti di Internet, si contavano sulle dita di una mano. Qualcuno in più sapeva cosa era il phishing, messaggi ingannevoli che puntano a carpire dati sensibili, password o installare malware, ma si trattava pur sempre di una minoranza. Buio completo, invece, sulle dinamiche dei giochi on line, delle relative chat e delle truffe che vengono perpetrate ai danni dei giocatori. Altro aspetto è quello legato alla famiglia, forse il luogo più importante della formazione dei giovani. Possibile che non si pensi a una seria campagna di sensibilizzazione in materia di sicurezza rivolta ai genitori? Il mio ultimo libro Questa casa non è un hashtag! Genitori e figli su Internet senza rete, è nato proprio dopo le conferenze che ho svolto nelle scuole durante le quali la domanda più frequente degli insegnati era: “Va bene che la scuola deve fare di più, ma ai genitori tutte queste cose chi le spiega?”. Insomma, alla paura che i grandi progetti annunciati finiscano per essere delle montagne che partoriscono topolini, si aggiunge anche il dubbio che forse l’obiettivo non sia proprio quello giusto. Consoliamoci pensando che almeno qualcosa si muove.

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