Hack & Sec

5 Novembre Nov 2017 2110 05 novembre 2017

Non aprite quelle email!

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Sarà stato l’effetto di questa prima domenica “veramente” autunnale, che non aiuta in caso di depressione, o forse perché il Napoli è stato bloccato sul pareggio dal Chievo (è un accanito tifoso), ma nel tardo pomeriggio mi ha telefonato un simpatico signore che di mestiere fa il manager in una grande azienda. “Ci sono cascato anche io”. Ha detto. “Sembrava veramente un messaggio del mio operatore telefonico”. Ha proseguito. “Mi domandavo se potevi darmi una mano”. Ha concluso. Al momento non lo avevo riconosciuto quindi ho risposto con un “possiamo andare con ordine, magari partendo dal tuo nome?” Dopo un “hai ragione, scusa” si è presentato e mi sono ricordato di lui. Ci eravamo conosciuti prima dell’estate a un corso in cui aveva fatto da controcanto al mio intervento. Laddove dicevo che si deve fare attenzione ad aprire gli allegati delle email, interveniva con una battuta sulla pochezza dell’italiano usato in quei messaggi “ai quali ormai nessuno crede più”. Quando sostenevo che si poteva essere vittime in qualsiasi momento di un tentativo di phishing, aggiungeva come a lui non era capitato, mentre invece per strada lo avevano borseggiato ben tre volte. Insomma la buttava sul ridere e il suo essere napoletano lo aiutava non poco. Alla fine del corso abbiamo fatto una breve chiacchierata e ci siamo scambiati i biglietti da visita. Adesso eravamo al telefono, ma del suo spirito partenopeo non vi era traccia e devo dire chi ero dispiaciuto. Per sua sfortuna era rimasto vittima di un ransomware, uno di quei “simpatici” virus che crittografano tutti i dati presenti sul computer per poi chiedere un riscatto. Proprio quello che mai gli era capitato. “Mi ricordo ancora quando avevi detto che i criminali valutano l’economia dello sforzo e se insistono nell’utilizzare certe tecniche devono essere ancora redditizie”. Ha aggiunto. “In privato mi avevi anche spiegato come si stanno perfezionando e quindi i messaggi diventeranno sempre più credibili. Insomma avevi ragione”. Ecco, se c’è una cosa che non sopporto è sentirmi dire che avevo ragione… A posteriori. Parte del mio mestiere consiste nel fare in modo che le persone evitino di finire vittime delle truffe informatiche e quando uno dei miei “studenti” cade nella trappola lo vivo come un fallimento personale. Ricordarmelo non è esattamente carino. Per sua “fortuna” tutto era accaduto nel week end, quindi il danno era limitato al contenuto del suo portatile e di un disco esterno che aveva tentato di collegare quando aveva capito cosa stava succedendo. Evidentemente si era dimenticato la parte del corso in cui spiegavo come, in caso di ransomware, si deve spegnere immediatamente il computer (staccando la batteria se portatile) ed evitare di connetterlo ad altri dispositivi che sarebbero inevitabilmente cifrati. L’aiuto che mi chiedeva era relativo ai suoi dati personali: anni di fotografie (soprattutto quella con Higuain), video e via dicendo. “Ho speranze di recuperare qualcosa?” Chiese. “Hai fatto un backup?” risposi in modo interrogativo. “No.” Disse. “Beh, la fortuna delle vite digitali è che spesso ti permettono di ricominciare, purtroppo da zero e non da tre”.

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