HOUSE OF DEM

1 Ottobre Ott 2015 1245 01 ottobre 2015

Quanto è difficile andare avanti senza Ingrao

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Pietro Ingrao è morto il 28 settembre a 100 anni.

La piazza Montecitorio è transennata e piena di polizia. Su un lato in una fila continua e composta cittadini normali - non autorità o simili - attende il turno per portare l'omaggio a Pietro Ingrao.
Al primo piano, nella Sala Aldo Moro, è stata allestita la camera ardente.
Sulle pareti sono appoggiate le corone di fiori, fra le altre, del presidente della Repubblica e dei presidenti di Camera e Senato. Una grande foto di Ingrao giovane e sorridente è posata su un cavalletto.
Intorno alla bara si alternano persone per il picchetto d'onore. La bara è ricoperta di rose rosse.
AL FIANCO DELLA BARA IL CASCO DA METALMECCANICO. Appoggiato di fianco c'è un casco blu da operaio metalmeccanico, che seguirà il feretro per tutti i funerali, assieme alla sciarpa rossa di don Gallo.
Saluto la figlia Chiara, non ci vediamo da almeno 10 anni, e l'abbraccio è affettuoso. Siamo invecchiate.
Un lieve mormorio si diffonde per la sala e si intreccia con le strette di mano e i saluti di gente che ha avuto un passato comune, che la storia ha diviso, e l'impressione è di straniamento, di un luogo senza tempo e senza età.
Quando esco dal Palazzo sono in corso i preparativi per il funerale solenne. E al mattino la piazza è di nuovo piena e un lungo applauso accoglie la salma.
Figure politiche e private si alternano nelle orazioni funebri, quasi a segnalare l'inscindibile legame fra pubblico e privato che ha contraddistinto la vita del compagno Ingrao, uomo colto, amante del cinema, poeta e scrittore, dirigente politico del rigoroso Pci, il nonnino che è in una foto con i nipotini tutti col pugno chiuso.
UN SIMBOLO DEL NOVENCENTO. Un uomo che ha attraversato il 900, e che in un certo senso è stato il 900, quel secolo breve che ha contribuito a liberare dal fascismo e dalla guerra.
Quel secolo segnato da un'idea di sinistra oggi così cambiata, ma dico io, mai tramontata nei suoi ideali più profondi. So che il compagno Ingrao non sarebbe d'accordo con me, lui che non ha aderito alla svolta di Occhetto e alla transizione verso il Partito democratico, ma mi piace ricordare che il suo insegnamento per me più grande, quello dell'attenzione alla società, ai lavoratori, al lavoro come valore ne fa inevitabilmente uno dei nostri padri, da cui ci si distacca a un certo punto, ma a cui non si smette di volere bene.
Le note malinconiche del bandoneón accompagnano l'ultimo saluto.
ESSERE ALL'ALTEZZA DEL SUO ESEMPIO. Cantiamo tutti insieme, e non importa la casacca che indossiamo. Nessuna tifoseria di fronte alla morte, solo il ricordo e la speranza che qualcuno sappia essere all'altezza del compagno Ingrao, almeno nell'ambizione coltivata per una vita, di volere la luna.
Vi scrivo dall'Aula del Senato. Fra poco inizieremo a votare gli emendamenti alla Riforma Costituzionale, e sarà duro e complicato arrivare in fondo, ma ce la faremo.
In un'epoca senza miti a noi tocca il compito improbo di tornare a suscitare speranza in una politica degna della migliore storia italiana. Non è facile, immersi come siamo nelle miserie del quotidiano agire, nei giochi di alleanze, delle contrapposizioni, dei piccoli poteri difesi con cinismo.
Non è facile, ma se non ci proviamo che ci stiamo a fare?