Il barbacane di K.

15 Maggio Mag 2013 1538 15 maggio 2013

La legge del dio degli allocchi

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Telecamera a inquadratura fissa dentro la cavità di un tronco. L’immagine è permanente, di giorno a luce solare, di notte suppongo a infrarossi. C’è una covata d’allocchi: all’inizio quattro uova, poi tre pulcini, uno dei quali muore presto, la mamma rimuove il cadavere. Era ancora troppo indefinito per la nostra sensibilità, troppo prematura la sua scomparsa perché le radici del senso d’affetto avessero tempo d’attecchire. Ne rimangono due: l’occhio freddo continua la sua indifferente videocronaca; dietro la telecamera, l’occhio pulsante di due umani spettatori. Osservano a distanza, anch’essi relegati nella chat dei rispettivi computer, cominciano ad affezionarsi, germoglia una tormentosa empatia per quei due batuffoli piumosi.



Propongo alla mia amica di battezzarli Cip e Ciop. Ciop il più grosso, con quella “o” in più a simboleggiare il maggior volume del pulcino. Già, perché Cip, come accade spesso nelle nidiate, rimane più piccolo ed esposto a un circolo vizioso. Ciop è più grosso, più forte, si impone e fa il prepotente; quando la mamma si affaccia sull’apertura del nido, di ritorno dalla caccia, e lascia cadere il cibo all’interno, Ciop spintona via Cip, pasteggia per primo, si ingozza. Cip resta tenuto indietro dal culone del fratello (che non so immaginarmela una sorella maggiore così stronza), pigola, spinge, ma niente, è escluso dalla pappa, può solo sperare che avanzi qualcosa o che possa sottrarre qualche bocconcino di straforo.




Io li odio i prepotenti, detesto i soprusi, odio tutti quelli che si impongono sberciando, sputando rabbia, ingannando, calpestando e spintonando, odio Ciop, gli auguro di sporgersi dal nido e di precipitare di sotto, gli auguro di ingoiare un lombrico lassativo e radioattivo, gli auguro gli vada tutto di traverso a quel piccolo egoista. Tutti i nostri due cuori sono per Cip, io comincio quasi a convincermi che Cip sia la la sorellina, che ci vorrebbe una legge tipo “allocchicidio”, che preveda la defenestrazione per i Ciop maneschi.

Per fortuna Cippo sta crescendo pure lui, nonostante tutto. Si vede che le preghiere non servono, ma le maledizioni a volte aiutano, almeno per ora.






Intanto Cip e Ciop diventano Cippo e Cioppo, che suona più pop-corn,  perché lo strampalato affetto dei due umani nei loro confronti lievita, così come lievitano i due pigolanti gomitoli di piumino. Mamma Anacleta va e viene dalle sortite predatorie, si appollaia e lascia cadere il cibo di sotto, e l’ingiustizia della sperequazione si ripete. Mi esaspera tanta indifferenza: ma è possibile che non veda la scorrettezza che si consuma là sotto? E se lo vede, perché non interviene a dare una generosa dose di sculacciate a Cioppo, usando l’ala a battipanni? Che madre snaturata e insensibile!




Mi dà un senso di impotenza essere spettatore di quel Cioppo che schiaccia Cippo contro la parete del nido quasi a soffocarlo, immobilizzandolo, per farci ciò che vuole. Che strazio guardare Cippo che fissa la telecamera, mentre Cioppo lo pigia. Chatto alla mia amica che dovrebbero munire le telecamere di un marchingegno per poter somministrare scariche elettrice da tastiera! Così poi vede quell’energumeno di Cioppo che belle saette sul culo gli rifilo ogni volta che rompe le balle al più piccolo Cippo.




Ci penso, e mi rendo conto che dentro quel tronco non manca nulla, anzi c’è già qualcosa di troppo: la telecamera. Quell’occhio freddo porta dentro il nido degli sguardi intrusi, con tutto il loro fardello di preconcetti e sensibilità antropiche. È quella pietas degli umani, sovente rafforzata dalle disposizioni di un Dio fatto a nostra immagine e somiglianza, perfettamente adatto a soddisfare e placare le irrequiete angosce della maggior parte dei suoi creatori.




Ma lì, dentro quel tronco di un albero nella foresta dell’Estonia, il potente Dio dell’Uomo è un perfetto Nulla Estraneo, ininfluente. Se, per poter esistere meglio e trovare facile giustificazione ai propri drammi, gli allocchi avessero un loro dio, sarebbe anch’esso a loro immagine e somiglianza. La legge degli allocchi ha come direttiva primaria la sopravvivenza della specie. Mamma allocca, contemplando l’infantile lotta per la sopravvivenza, starà pensando: “Oh grazie, potente dio degli Allocchi, per aver esaudito la mia preghiera di perpetuare la stirpe degli allocchi del grande albero d’Estonia! Grazie per avermi dato un figlio in grado di crescere forte e robusto, per competere e primeggiare, per affrontare ad ali spiegate le fredde avversità della sopravvivenza! Grazie, benevolo e generoso dio degli Allocchi.”




Questo penserebbe un allocco, ma non ha bisogno di pensarlo. L’allocco è già figlio di un dio chiamato Natura, la qual divinità non fa mai nulla di “innaturale”; soltanto noi umani pretendiamo, con la supponenza antropocentrica che sempre ci contraddistingue, di vederla snaturata, proprio lei che è ontologicamente naturale. La Natura è Matrigna soltanto per coloro che vi affondano lo sguardo pretendendo di trovare tracce di ciò che la Natura non contiene. La Natura non cerca giustificazioni, quelle le cerchiamo noi: se il Destino, sotto forma di un grasso vermetto, fosse finito inizialmente nel gozzo di Cippo, ora starebbe lui a recitare la parte del cattivo, prevaricando Cioppo. La Natura non conosce la pietà, ma non conosce nemmeno l’ipocrisia. Se Cippo non avrà cibo a sufficienza, significa che la zona di caccia di Anacleta non è in grado di garantire l’alimentazione di due voraci allocchetti. A che serve dare false illusioni di crescita a due allocchi, soltanto per rimandarne la morte per fame di uno dei due? A differenza nostra, la Natura non inganna, spietata per necessità mai sadica per diletto, sceglie il minor danno immediato anziché il maggior dolore procrastinato, non dà false speranze, non cerca lusinghe, non fa calcoli.




Noi umani invece siamo bravi a fare calcoli, possediamo un’intelligenza che produce tecnologia, creiamo strumenti per incidere il mondo, ben più in profondità di quanto possano il becco e il cervellino di un rapace. Ma adoriamo anche l’ipocrisia, la celebriamo sugli altari dei nostri buoni propositi, deleghiamo alla pietà del Fato ciò che non sappiamo affrontare, rimandiamo nell’aldilà della vita quello che non vogliamo vedere. È la nostra intelligenza, con i sofismi artificiali che sa costruire, a renderci innaturali, la “natura umana” tende all’artifizio. Così, abbiamo tante telecamere tutto intorno a noi, vediamo e contempliamo da ogni angolatura, gli occhi dei satelliti scrutano ogni tronco del mondo, ogni stelo d’erba. Avremmo i mezzi tecnici e le risorse per intervenire. Per incidere e mutare i destini della stirpe umana, tutta.




Ma Anacleta, Cippo e Cioppo sono meno bestie di noi; di noi più rapaci di loro. Fame, violenza, soprusi, ingiustizie, tutte evidenti piaghe nostre, spesso frutto di artificiale calcolo: le contempliamo con l’occhio freddo di una telecamera, e nulla più, quasi fossero degli accadimenti naturali, ineluttabili e divini.




Come degli allocchi, appunto.

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