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30 Agosto Ago 2017 1834 30 agosto 2017

Retoriche della scuola

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A SCUOLA TRA SPERANZA E DISILLUSIONE

Approssimandosi l’inizio del nuovo anno scolastico, siamo soliti assistere al riposizionamento delle artiglierie retoriche di tecnici e politici che forniscono interpretazioni sulla collocazione della scuola nella società complessa e sul destino del sistema formativo. Di recente alcuni hanno proposto percorsi scolastici per evitare la radicalizzazione terroristica dei ragazzi musulmani; forme di educazione alimentare per combattere lo spreco di cibo o di corretto utilizzo delle risorse stradali per ridurre le forme di incidentalità. Come si vede, permane una forte attesa collettiva circa le possibilità della scuola di operare delle vere e proprie azioni trasformative sulle giovani generazioni. Ampio è il dibattito anche tra coloro che si chiedono se la scuola riesca ad intercettare gli autentici bisogni educativi dei giovani e se essi rendano disponibile, sotto forma di volontà di apprendimento, quella dimensione dell’esistenza da vivere principalmente per ricevere il testimone dalla generazione precedente. Assecondando le sue logiche istituzionali, la scuola utilizza un ampio repertorio legislativo per dotarsi della migliore prassi organizzativa. Spesso ridotta a selva di vincoli amministrativi e ristrettezze contabili, la scuola cerca a fatica di regimare la prassi educativa, cavandone un input socializzativo adatto ai tempi. Da un lato la scuola-istituzione non può non muoversi lungo binari burocratici che dettano vincoli all’azione educativa. La burocrazia infatti altro non è che il tentativo di ingessare delle attese collettive di comportamento per ottenere degli scopi conseguibili solo a partire dal carattere organizzato delle azioni. Però le burocrazie diventano anche “autologiche”, creando le condizioni per premiare gli interessi dei regolatori che spesso restano interpreti “unici” di norme scritte in realtà per il benessere organizzativo di terzi. In tema di scuola qui si crea un pericoloso corto circuito perché l’aumento di complessità sociale, da un lato richiede strumenti burocratici più forti per mantenere il fenomeno educativo dentro il conseguimento di obiettivi organizzativi strategici, ma dall’altro, la tendenza a istituire livelli di potere, chiusi nel proprio privilegio interpretativo ed attuativo, rende più acuti i problemi reali delle persone invece di semplificarli e renderli traducibili nelle esigenze di sistema. Detto altrimenti: quale è la distanza vera tra il senso delle circolari ministeriali e il bisogno educativo di tantissimi giovani nella scuola di oggi? Se si entra in una scuola si nota subito il tentativo di ridurre qualsiasi cosa alle regole dell’universo comunicativo dei giovani. Si tratta di scritte sui muri, disegni, graffiti, umanizzazione di oggetti, “fumettizzazione” di contesti. Spesso queste pratiche sono tollerate e si chiude un occhio anche sul fatto che si tratta pur sempre di strategie di infantilizzazione contestuale, impedendo la connotazione in prospettiva adulta delle strategie di emancipazione a cui si partecipa (a scuola imparo ad imparare). Questa giovanilizzazione ad oltranza del contesto scolastico viene operata a più livelli e finisce per esercitare un effetto anche sulla presenza adulta a scuola, spesso marginalizzata nella sua possibilità di proporre senso, tenuta in scacco dalla fulminea interpretazione della circostanza operata dai ragazzi ed abilmente regolata dentro strategie di evitamento di un contatto reale che amplifica il brusio di fondo della condizione giovanile, che ha nelle tecnologie il suo specchio e nei nuovi linguaggi - creati e subito abbandonati - il suo narcotico. I ragazzi non cambiano espressione dopo un rimprovero perché non si verifica un cambio di passo nell’uniformità del pensarsi dentro un bozzolo di agi, elargiti da adulti distratti e pretesi nella monotonia di sentimenti precocemente domati. Il dovere è evitato o blandito; con gli insegnanti c’è un rapporto aperto ed i ragazzi profittano istintivamente anche della considerevole disponibilità dei Proff., in una sorta di domesticazione della docenza e di scolarizzazione dell’affettività. Così, l’indistinzione delle figure adulte che incontrano, deforma il progetto umano che quelle incarnano e la confusione dei ruoli tra famiglia e scuola inscena la stucchevole saga di una affettività bulimica che gli studenti antepongono ad ogni disciplina ed i docenti accettano di elargire come patente di professionalità vera. Il timore di concorrere all’esclusione sociale dei giovani fa lievitare l’offerta di proposte dal lato della loro costruzione di competenze, ma sembrano vuoti dal lato delle attribuzioni di passionalità e sensibilità. Raro è un amor proprio che non si schianti nel ribellismo o l’interesse per l’altro come radice relazionale matura e profonda. Non sembrano vivere l’intensità anagrafica che li premia: se ne difendono, rinserrati nella distanza che reputano ovvia tra noi e loro. Come si ricreano patrimoni di sensibilità ed universi di affettività empatica per i giovani e come impedire il loro attuale depauperamento? Attendiamo circolari da Roma.

Rossano Buccioni

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