Individuo/società43

30 Agosto Ago 2017 1858 30 agosto 2017

Tragedie dell'inversione

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LE TRAGEDIE DI QUESTA ESTATE E IL FUTURO CHE CI ATTENDE

Un ragazzo toscano in cerca di divertimento viene massacrato per futili motivi da un paramilitare ceceno in mezzo ad una folla di giovani, indifferenti astanti. Un furgone mutato in dispositivo di assalto consente al guidatore omicida di uccidere ignari passanti in una frequentata via di Barcellona. Formentera, Ibiza, Riccione… non sono luoghi, la storia sembra non abitarli più, sono invece degli spazi di possibilità dove poter sperimentare ogni forma di passaggio all’azione, dando concreta attuazione ad ogni fantasia di dominio e di morte. La trasgressione in se non vale più nulla perché se il suo impeto concorre a rinforzare l’ordine simbolico dominante, quando questo viene a mancare, trasgredire significa solo incrementare il proprio diritto alla originalità per uno sguardo in più o per un selfie in più. Se l’agire non rispetta la scansione senso-evento i valori si dissolvono nel turn over delle possibilità. Così, se tutto può divenire possibile non serve leggere l’Odissea per trarne un senso e non sapendo disciplinare i possibili all’ombra di un principio ordinatore dell’agire, naufraghiamo nell’obbligo di sperimentare le confusive possibilità di azione proposte oltre ogni volontà e subite oltre ogni identità. La nostra vita non dichiara una trama scelta o subita di valori, ma ci elegge a solitari attori e primi commentatori dei suoi spasimi, sospesi tra obbligo di conformità a criteri collettivi freddi ed incandescente dittatura dei desideri. In questo tempo l’inversione, come possibilità che qualcosa si muti in qualcos’altro, gioca un ruolo sinistro. In economia è facile mutare cose in denaro; anche in medicina (tecnicamente siamo avanti, basti pensare ai trapianti) si può mutare il corso di una malattia. Nella cultura dei diritti l’esclusione si può mutare in inclusione e via dicendo. Se un tempo l’inversione culturale veniva ritualizzata e fortemente elaborata dalle culture popolari e non, (Carnevale, Riti Funebri, passaggio di Status, ecc.) oggi essa acquisisce il carattere di un insidioso agente culturale a motivo del fatto che è facile mutare una cosa nel suo opposto. L’inversione può voler dire la raggiunta capacità dell’azione di recare al suo interno delle intenzioni indeducibili dalle condizioni che ne consentono le stesse possibilità realizzative. Muta anche la sua capacità di provocare effetto sociale perché le circostanze che fanno da contorno all’inversione del senso delle azioni, sono coinvolte nel diretto potenziamento delle loro conseguenze negative. A Barcellona, diverse dinamiche di inversione hanno colpito persone inermi, tragiche testimoni di una intenzionalità che nella sua logica è capace di far posto al crimine camuffandosi da ordinata normalità urbana. Ci sono delle dimensioni fini della vita sociale che sono direttamente a carico delle persone che, vivendole, ne garantiscono la costante riorganizzazione. Questo dispositivo sociale di autotutela dell’azione è in crisi. I corpi straziati, divelti dal proprio progetto di vita e ridotti a burattini disarticolati, dicono che l’inversione sociale di una anonima quotidianità in violenza terroristica è strategia subdola e destabilizzante: noleggiare un furgone, esibire documenti, fare benzina per poi travolgere degli innocenti. L’inversione dell’agire si mostra più crudele del terrorismo dichiarato perché significa inquinare sottilmente non solo il senso degli spazi di vita, ma anche di oggetti e schemi di comportamento. Sembra che la complessità della vita sociale e le multiformi possibilità di agire la nostra libertà individuale, procurino ai violenti delle inattese possibilità di invertire lo statuto di azioni ed oggetti, intrinsecamente legati a scopi di pace e di quotidianità discreta, in serie minacce alla nostra incolumità, agite dall’interno di una presupposta condizione di normalità che quelle vittime sull’asfalto ci mostrano in tutta la sua evanescenza. I commentatori continuano ad usare la categoria interpretativa della “follia omicida”, una condizione psicopatologica compatibile con l’inversione, che viene spesso usata per parcheggiare mentalmente fatti tragici, in attesa degli strumenti interpretativi adatti ad una loro sistemazione, quando saremo in grado di pensare sul serio la loro matrice fenomenica. Dalle menti devastate degli attentatori o da quelle di “omicidi per caso”, l’inversione raggiunge le nostre cognizioni dell’esistente. Il furgone da strumento di lavoro si muta in arma, lo spazio pubblico da luogo di esercizio di diritti si muta in patibolo, la percezione dell’altro da partner nella definizione di attese stabili di comportamento si muta in timor panico. Dopo l’Internet delle cose siamo al terrore delle cose? Se l’inversione si nutre soprattutto della sorpresa, del ribaltamento dell’atteso in ignoto e del familiare in mostruoso, crea uno spazio di possibilità dove si va modificando una struttura profonda nei rapporti umani, reciprocamente non informativi, inclini a non rendere disponibili le qualità della comunicazione interumana per la definizione di efficaci modelli di comprensione reciproca.

Rossano Buccioni

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