Individuo/società43

31 Agosto Ago 2017 1944 31 agosto 2017

Le mille, silenziose solitudi dell'Estate

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MALATTIA E SOLITUDINE NON VANNO IN FERIE

L’Estate offre molte occasioni per rigenerarsi e per dare nuovo impulso ai propri progetti di vita e di lavoro. Tuttavia il periodo estivo acuisce molte delle difficoltà che le persone vivono normalmente nella vita di tutti i giorni. La copertura quotidiana garantita dalle consuetudini lascia il posto ad uno stato di eccezione che nella sua transitorietà, si mostra intenso e destabilizzante. Quanti drammi estivi hanno al centro la disperazione e la solitudine di ragazzi che sembrano vittime di una sindrome culturale da “dynamic joy”: più investono su di sé con potenti volizioni rivolte ad uno scopo, tipiche per quella età, più si invischiano in una rete di impossibilità perchè o non sanno bene cosa cercare o le mete che sembrano prossime si mostrano anche inaccessibili. Se costruisco me stesso dentro un processo di differenziazione e di autorealizzazione, i modelli che oggi ho a disposizione sono frustranti: troppi, tutti giocati sull’immediata messa a distanza degli altri e raggiungibili sempre dentro un incremento dei coefficienti di espressione di me, quindi con il costante esercizio di capacità sulle quali devo investire, ma che non è detto io voglia esercitare. Essere integrati costringe a pagare un prezzo elevato, con la scontata messa a disposizione di repertori emotivi e cognitivi che vorremmo mantenere intatti per tutelare il nostro “spazio umano”. Strattonati tra interno ed esterno, sottilmente destabilizzati dai modelli di adesione ad una espressività che non mi restituisce in termini di identificazione ciò che io anticipo sotto forma di conformità, i giovani svelano l’incapacità di leggere il limite oltre il sogno e reggere la difficoltà oltre l’entusiasmo. La loro sofferenza raggiunge picchi di rara intensità proprio perché non dispongono di una storia che gli consenta di “mettere a sistema” la singola ferita, cioè di poter contare su di un consolidato meccanismo di autotutela nella lettura della realtà. Schiavo del suo incubo auto-demolitivo è il tossicodipendente come lo è il bevitore. Si paga un prezzo pesante per procurarsi l’eclissi episodica della propria identità, deposta negli stenti e nel dolore. Dopo ore di ricerche arriva la dose, fatta di assenza, sperando che faccia passare un altro giorno inessenziale. Infarcendo di mille astuzie una fuga dal mondo che è fuga da un corpo ingannato e seviziato, si sfida invano la coscienza ad accendere ancora un pensiero vitale, riducendo le emozioni a “non luoghi” dell’esistere. L’abuso di alcol ha una dimensione disinibitoria, ma se a bere sono in specie adolescenti, da cosa mai ci dovrà dis-inibire dato che la vita non ha ancora concesso binari biografici caratterizzanti? Si beve per bere, senza scopo oltre la roulette russa della confidenzialità estrema con le proprie forze, poste in balìa della cecità del caso. Le dissociazioni provocate dall’alcol portano ad una trance artificiale, condita da irrefrenabili crisi di riso, fino a confondersi col mondo per dormire, sfiniti, in qualche suo recesso. Vi sono altre solitudini imposte dal corpo, dalla malattia e dalla disperazione. Vi sono coloro che devono sospendere i trattamenti psico-analitici, restituiti a loro stessi ed alle proprie difficoltà in un gioco di evitamento degli inneschi ansiogeni basato solo sulla decisione di volercela fare; ogni giorno è un successo da esibire al ritorno nel teatro analitico. C’è la solitudine dei malati che vorrebbero tornare presto a comunicare i loro sintomi ai medici di fiducia e con i loro sostituti si limitano alla cortesia burocratica ed all’assunzione scrupolosa dei farmaci, cercando di scorgere nelle reazioni del novizio una qualche conferma di gravità che, magari, l’esperienza consumata del medico titolare aveva accuratamente celato. Solo è chi è consegnato alla sua morte vivente, come i malati di Alzheimer che, pur vivendo, si sottraggono lentamente ai loro affetti ed alle trame della loro vita, ritirando l’interesse dal mondo, mutando le persone care in comparse e il proprio corpo in prigione. Fu abitato da una luce quel volto che ora giace in se stesso e la sua indifferenza alla vita ed alla morte ne fa un emblema di una solitudine estrema che impedisce ogni accesso espressivo. Solo è il depresso e chi vive la trincea di attese deluse che gli hanno eradicato la felicità immediata ed ingenua dell’esistere. Nascosta nel gioco di rifrazioni tra eccessive richieste sociali, dolorosa percezione di sé e minimo senso di autoefficacia, la serenità svanisce distratta giorno dopo giorno da una idea di noi che ci renderà schiavi, dalla quale non riusciamo più a tornare indietro. Il sintomo è anche “simbolo” ed il malessere dell’anima è una opportunità per costruire un cambiamento soggettivo verso nuovi assetti di personalità. E’ vero, ma troppe persone soffrono, cercando una parola che non arriva ed uno sguardo di amicizia che continua a negarsi, specialmente d’Estate.

Rossano Buccioni

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