Individuo/società43

6 Settembre Set 2017 2009 06 settembre 2017

le dissolvenze nella condizione giovanile

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Disagi senza richieste d’aiuto e il disgusto per l’assurdo

Molti fatti di cronaca dipingono un mondo giovanile a tinte fosche, preda della sua incapacità di condividere con noi adulti una trama quotidiana di senso. Cresce in noi un senso di saturazione riconducibile ai modi in cui il disagio giovanile ci interroga sulle sue cause prossime e remote. Se non riusciamo a tradurlo dentro valide strategie di lettura ci crea saturazione e rifiuto. Cercare di capire le difficoltà dei giovani ormai non è più sufficiente, né serve schierarsi semplicemente dalla loro parte perché portatori di una diversità che noi adulti non saremmo ancora in grado di decifrare. Il mondo che non li attrae (il nostro) va esaurendo la sua capacità di strutturare percorsi biografici stabili, garantendo continuità psicobiologica. I giovani ci stanno anticipando un mondo che ancora non c’è e lo fanno dentro forme che ora vengono lette dentro le categorie del disagio e della devianza. Dentro questo universo ribollente di problemi dobbiamo scorgere l’inizio di un qualcosa di nuovo che i giovani stanno proponendo e che noi non siamo ancora in grado di capire? Ha ancora senso domandarsi se potranno accettare le regole normali della cittadinanza? Non sarà che si va sviluppando una specie di nuova cittadinanza mentale-digitale-globale (a base elettronico-informatica) che ha precocemente modificato i loro rapporti corpo-cervello-mente e che li rende refrattari a qualsiasi inserimento in dimensioni normali di vita (lavoro, famiglia, scuola, diritto-dovere)? Da sempre i giovani devono trovare un modo per far coincidere l’interno (il sé) con l’esterno (il sistema di significati che trovano ad aspettarli da secoli); allora cosa è l’interiorità di un giovane d’oggi? Il suo rifiuto del mondo e dei sistemi di autorità che lo rappresentano che senso ha? Riusciamo a capire gli universi di significato che costellano le sofferenze giovanili? Spesso non riusciamo e non potendo ricondurre le loro categorie mentali alle nostre proviamo un crescente imbarazzo che, ripetuto all’infinito senza attribuirgli un senso, si muta in indifferenza prima e disgusto poi. L’azione in apparenza assurda di un giovane svela il rifiuto di condividere con noi qualsiasi strategia comunicativa su ciò che accade e su ciò che va implementato come azione auspicabile. Quel ragazzo, facendomi vedere che ciò che io ritengo assurdo può diventare “comportamento”, ha il potere di farmi intuire un mondo in cui l’eccezione diventa insidiosamente “regola” e dove falliscono le richieste inconsce di lasciarsi interpretare che istintivamente rivolgiamo agli altri. Del resto sui social “impazzano” migliaia di infrazioni alle regole che hanno lo scopo di annientare la mia capacità di ricondurre ad una normalità – e dunque ad una norma - le tante stranezze che mi si svelano allo sguardo. Se la cultura, la vita sociale con le sue regole i suoi significati arriva sempre prima di noi è da pensare che i giovani, grazie al fatto di esser nati già pronti per le ribalte più performanti e tecniche del tempo presente (informatica ed elettronica), siano direttamente impegnati “al fronte” della nostra epoca, ad un livello della propria costruzione di se che li esonera dal nostro ascolto, ignorando del tutto la lezione di chi li precede. Come se avessero chiuso la porta dall’interno e ci impedissero di entrare nel teatro del loro io. Il ragazzo con la busta rossa in testa in mezzo alla strada, i due adolescenti accovacciati sui binari che giocano una partita già persa col proprio destino, non recitano a memoria la propria parte in una vita ridotta a teatro dell’assurdo, ma ci fanno capire l’immediatezza con cui riescono a porsi in quella dimensione di “non aiuto da parte di nessuno”, dove gli adulti non li possono raggiungere perché si sono spinti troppo al di la delle traiettorie “lavoro-ruolo-diritto-futuro” che stanno alla base del nostro “normale” progetto di vita. L’esibizione di assurdità fissa su un’istantanea la profonda frattura di senso nel rapporto di continuità fra le generazioni. “Se sto usando strumenti per voi impensabili, che vi pongono facilmente contro di me, perché dovrei ancora fidarmi di voi”? Cosa rispondiamo ad una condizione giovanile che da un lato ci chiede aiuto e, dall’altro ce lo impedisce? Occorre trovare in fretta una linea di coerenza tra il modo in cui loro vedono il mondo e come questo li vede, ma questo schema per funzionare ha bisogno di referenti stabili (quella mela è verde e non è rossa); il nostro però è divenuto il mondo della crisi della referenza. I più esposti a questa crisi sono i giovani che avrebbero necessità di un ordine simbolico stabile. Non trovandolo dirigono su di sé la rabbia e la frustrazione che, dirette sul mondo per emendarlo, hanno sempre concesso all’umano una nuova versione della storia. Se non ho un mondo che si incarica di partorire la mia umanità non crescerò mai perché la nascita alla mia cultura nessuno mi concede di completarla. Dobbiamo ancora imparare a prenderli sul serio perché loro, i giovani, presto comanderanno, per come sono e per i disagi (immensi) che esprimono.

Rossano Buccioni

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