Individuo/società43

10 Settembre Set 2017 1502 10 settembre 2017

La lotteria dell'inclusione

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La nuda vita in giacca e cravatta

Le fotografie di Guerlin Butungu che lo mostrano elegantemente vestito, testimoniano il desiderio di indossare una identità occidentale, forse desiderata, ma mai completamente voluta. Prima di quel vestito, la stoffa cognitiva e psicosociale dell’integrazione non producendo risultato alcuno, hanno solo apprestato un mosaico motivazionale che, nella notte di Rimini, svela l’arlecchino di valori subiti e di potenzialità mai dispiegate. Se ciò che in una cultura denota un valore in un’altra connota un disvalore; se in un’epoca un vissuto è disdicevole mentre sarà perfettamente a norma in quella successiva, tutto questo accadendo alla velocità media di una cultura che ha suoi ritmi evolutivi, sue specifiche fratture interne e ricomposizioni dei conflitti, un suo mutamento istituzionale. Se al ritmo del mutamento socio-istituzionale “normale” noi aggiungiamo quello dei sotto-ritmi dei tanti gruppi di persone straniere che si stanno integrando nel nostro mondo e che hanno perduto contatto con l’evoluzione socio-culturale delle comunità areali originarie di appartenenza, si da vita – sotto i nostri occhi - ad un processo evolutivo interno a micro-gruppi autoctoni, sganciati da comunità e culture “madri”, delle quali si mantengono degli strumenti linguistici, simbolici e identitari utilizzati non per partecipare alla definizione della propria anima sociale all’interno della grande cultura di appartenenza, ma come bandiera antagonistica agli antipodi della terra-madre, in sub culture diffuse che barattano il soddisfacimento dei bisogni primari con la completa negazione di quelli secondari (approvazione, condivisione, riconoscimento, valore del proprio convincimento in un progetto di vita collettivo, ecc.). Non è mai neutra l’inculturazione da un modello umano A ad uno B: il terribile caso di Rimini, in filigrana ci conferma un dato che non è facile mettere in conto alle capacità di intervento della mediazione culturale. Gli inquirenti impegnati a fare luce sulle violenze perpetrate dai quattro stupratori, hanno parlato di “particolare efferatezza” nella pianificazione criminogena e di immediatezza nel passaggio dalla pianificazione alla realizzazione dei piani delinquenziale. In questo caso prima di fare riferimento alla mancata integrazione socioculturale, occorre parlare di un insieme di ragioni che chiama in causa un doppio regime di appartenenze, che eliminandosi a vicenda, hanno determinato un vuoto psicosociale in cui la contrattazione di qualsiasi obbligo valoriale ha condotto alla notte di violenza inaudita, catastrofe ad orologeria per giovani vite che delinquono nell’incapacità di trovare nella normalità un antidoto alla propria dissolvenza. Una dissolvenza, si badi bene, ben oltre le capacità di controllo del potenziale personale. Passano dall’essere cultura dominante nei loro paesi a controculture o culture dell’assimilazione nei nostri; se sono culture dominanti nei paesi d’origine basano le proprie visioni sulla disposizione di valori, sui rapporti tra sessi, stigma sociale, alfabeti dell’esclusione o dell’inclusione; tutto questo alfabeto della socializzazione viene azzerato e rilanciato in qualche mese nei nostre nazioni, senza che la vita si fermi, al massimo con qualche improvvisato rimaneggiamento psicologico. I soggetti dominati e dominanti nei paesi di origine possono essere del tutto diversi nei paesi di arrivo ed il marasma socializzativo che ne deriva, dentro una vita stop and go, con pensieri cui si sentono intimamente legati che si rendono impensabili, con luoghi delle origini che devono rimuovere, con figure parentali che appena hanno amato hanno anche perso, disegna obiettivamente una esistenza difficile. Sono noti alcuni passaggi chiave della vicenda: l’arrivo in Italia, il respingimento facilmente bypassato, il ritorno e l’inizio di una socializzazione criminogena che riceve il testimone psicologico dalla vita precedente di questi adolescenti che, da una realtà di matrice comunitaria, hanno spiccato il volo verso l’illusionismo sociale dell’Occidente, sazio ed abituato alle epopee dell’esclusione. L’integrazione è assai improbabile se nessuno svela ai giovani le profonde metamorfosi che sono costretti a subire, con la sostituzione della mentalità collettiva che li muove all’esistenza e di interi repertori di azione e di sensibilità che in altri mondi sono garanzia di tutela e che da noi perdono, di anno in anno, ogni valore evolutivo. Le loro grandi difficoltà sono si le nostre, ma su due sponde opposte dell’esistenza: noi dall’interno di una vita resa “psicologica” e “competente”, loro dal lato del bisogno estremo che nasce, non solo dalla fame o dalla guerra, ma prima di tutto dalla necessità di trovare in fretta un sostituto alle forme di legame sociale in cui sono nati e dalle quali sono costretti a fuggire. Anche se liquida, una cultura come espressione reale di una differenziazione sociale, di una organizzazione di funzioni (magari dominate dall’indifferentismo) e di una gerarchia di valori - anche se annacquati quanto ad intensità dello stanziamento di capitali d’esperienza personali - esiste sempre. Qui occorre rilevare che i nostri mondi mentali e sociali capaci di presentarci un conto assai salato, di interrompere la nostra continuità psico-biologica, di mutare nel loro contrario anche le migliori attese di vita, vengono da anni in contatto con quelli di giovani extracomunitari che del nostro mondo mostrano di avere una idea favolistica, per prima cosa incontrando una assenza di vincoli all’azione ed alla volizione che solo lo spirito più sorvegliato e saggio può conoscere in tutta la loro insidiosa ambivalenza. Il loro sogno di riscatto senza fondamenta, privato di ancoraggi stabili ad una realtà che conoscono come un giano bifronte, sarà rimesso nelle mani delle forze di polizia quando il crimine spodesterà la noia, svelando nel fallimento l’orrore di una vita senza legami che ha perso l’orientamento logico nello spazio e nel tempo. La devastazione degli stupefacenti, dell’alcool e la sessualità violenta da esibire nel repertorio delle reciproche prevaricazioni, mostrano lo snaturamento di persone che non hanno garantito continuità ad un progetto di crescita del se e che si sono accontentate di non stare troppo male quando le occorrenze della vita svelavano un destino presagito nella solitudine e quando gli ammonimenti di persone a loro vicine potevano essere sbeffeggiati dal solito sorriso che restituiva al mittente la necessità di una autentica presa di coscienza. Noi sviluppiamo identità multiple perchè transitiamo dentro sistemi di azione e di pensiero diversi che hanno leggi alle quali dobbiamo conformarci, se le vogliamo mettere a servizio delle nostro capitale identitario. Molti immigrati hanno l’identità basica della nuda vita, con alle spalle un progetto di occidentalizzazione rapido e violento, etnicamente subito e mai completato, lontani dalle comunità che esprimevano antichi valori fattisi persona con loro e che il bisogno estremo chiede alle sparute tracce di umanità che manteniamo nella società della tecnica, di prendere in carico in tutta la loro drammaticità. Quello di Rimini è un dramma dell’intero processo di assimilazione di culture diverse dalla nostra. Il nucleo problematico della vicenda dei quattro giovani pluri-criminali, consiste non solo nel fatto che qualcosa di profondo è andato storto nelle dinamiche di distacco dalle culture-madri e di assimilazione nelle nostre, innescando mentalità delinquenziali a fronte di una pressione inconscia resasi intollerabile data la natura opposta dei due mondi sui quali i quattro erano soliti prodursi in improbabili equilibrismi psichici; vi è anche il dato della trasformazione delle logiche inclusive in lotterie sociali, dove il caso e l’improvvisazione fanno pagare un prezzo salato a persone lasciate a se stesse. Quindi la domanda potrebbe essere: vi sono criteri di permutabilità culturale dei valori di base? Se si, un progetto di integrazione è possibile, altrimenti continueremo ad ignorare che esistono culture “altre”, che si difendono dalla nostra e che vanno ricercando per inerzia una propria direzione evolutiva, anche nel mondo globale. Se l’assimilazione è solo subita e mai completamente elaborata, accelerata dalla deprivazione, l’individuo ricercherà dentro di sé le risorse per sopravvivere culturalmente dentro un spazio di libertà autoctona, di matrice comunitaria, anche nelle nostre metropoli. Il capitale sociale che, muovendo dal rispetto di specifici valori sancisce auto-efficacia e sviluppo nella relazione sociale, si mantiene attivo nel repertorio affettivo di chi subisce uno sradicamento così forte? In cosa potrà mutarsi? Ciò che nei Paesi di provenienza è comunitario da noi è societario e ciò vuol dire che la gestione dei valori, dei sentimenti, delle frustrazioni e dei tabù cambia completamente e non vi è mediazione culturale capace di garantire l’originaria continuità psico-biologica. Nei Paesi d’origine spesso la gestione comunitaria dei problemi riconduce sempre la difficoltà ad un rapporto io-tu; da noi lo specialismo cancella la specificità del caso e lo riconduce a criteri standard, valutati da livelli operativi stabiliti e difesi da una chiara deontologia professionale. In Africa una febbre attiva tutele empatiche: in Italia si va a comprare la tachipirina, con la funzione curativa che viene scientificizzata, tolta dal contesto devoto della cura parentale per transitare in quello tecnico della terapia. In Africa la guarigione è un processo, mentre in Europa è un evento (appena accade si torna semplicemente a lavorare). Inoltre, se l’inconscio è sempre “sociale” e pre-riflessivo operando su di noi a partire dalla scarsa consapevolezza che ne abbiamo, i giovani extracomunitari devono abbandonare quello originario, ancestrale, per trasbordare sul nostro inconscio (ormai a base economico-tecnica) che, prima di ogni mediazione culturale, termina il lavoro di snaturamento già iniziato nei villaggi africani con lo sbarco delle immagini della facile opulenza occidentale. Nascere culturalmente una seconda volta, senza voler cancellare la cultura-madre e difendendosi dalla terribile mescolanza di costumanze, senso di autoefficacia e regole di comportamento sviluppate per garantire la propria incontestabilità dentro un ordine storico e sociale che ora si sdoppia, non dev’essere facile. Il processo di integrazione sociale può iniziare solo se prima se ne è concluso con successo un altro, quello di inculturazione-acculturazione. Se questo rimane incompiuto impedisce l’altro, dato che mescolerà modelli di vita comunitari con quelli societari, determinando una socializzazione “mista” con promiscuità tra tutele di gruppo e libertà istituzionali, con i limiti del “nostro” che possono esacerbare il “loro” e viceversa, liberando pulsioni da ogni consapevolezza e contraendo i potenziali personali dentro profonde sensazioni di inadeguatezza. Un qualsiasi insuccesso nella cultura di arrivo potrà attivare elementi di rivalsa rimasti latenti in quella di origine, vissuta come segreta santabarbara disponibile per assecondare una ovvia aggressività che elegge la differenza di status a suo mantra e l’inferiorizzazione della donna a sua criterio orientativo. Ci sono culture e modi di guardare alle donne refrattari ad ogni forma di liberazione femminile costruita, specialmente in Europa, al prezzo di dure battaglie civili. La violenza misogina volge facilmente i simboli dell’emancipazione femminile in facilità di costumi, confinando nella dinamica sessuale una dimensione culturale che vieta alla donna di scegliere imponendole solo l’essere scelta. Allora, la vicenda dei giovani letta in tale prospettiva e senza venature assolutorie, ci mostra il costo di ingresso in una cultura “altra” che ogni assimilato deve pagare, ma ci ricorda anche il peso delle pressioni conformizzanti che noi “occidentali” subiamo quasi senza accorgercene, orgogliosi di una normalità solo in apparenza senza prezzo. I fatti di Rimini chiamano in causa diversi livelli di costruzione-smontaggio della propria individualità, da un mondo ad un altro e da un tempo profondo ad uno corto, fatto di ritmi opposti. Il crimine di questi ragazzi immigrati ci svela i tanti rischi che la globalizzazione scarica sui fenomeni di acculturazione-inculturazione personale nelle società occidentali complesse mantenendo sempre improbabili i risultati delle pur necessarie dinamiche inclusive.

Rossano Buccioni

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